DI MARCO ERCOLI

Il 17 aprile 1967 il campione del mondo dei pesi medi, statunitense originario delle Isole Vergini, Emile Griffith difese il titolo contro lo sfidante Nino Benvenuti a New York, al Madison Square Garden, il tempio della boxe mondiale: l’italiano vinse ai punti in 15 round.
Nino Benvenuti, oggi quasi ottantenne, ha ancora negli occhi le immagini della sfida con Emile Griffth: “E’ incredibile come sia passato mezzo secolo. Io, quando ci penso, ancora vivo le emozioni con nitidezza assoluta. Griffith era il grande favorito, 5/13 di quota. Era l’uomo che aveva battuto Benny Kid Paret in quella che tutti consideravano una vera e propria esecuzione.”
Non aveva paura?
“Ero cosciente della sua forza. Era, insieme a Muhammad Ali (Cassius Clay [ndr]), il pugile più forte in assoluto in quell’epoca, però non ero preoccupato perché ogni incontro ha una storia a sé. E poi io ero particolare, mi piacevano di più gli avversari difficili. Le figure meno belle sul ring le ho fatte contro avversari assolutamente alla mia portata”.
La sua preparazione fu speciale.
“Fu molto accurata. Arrivai addirittura 20 giorni prima del match e mi rintanai, con Amaduzzi e Golinelli, sui monti Catskill, ad Haines Falls. Cercai sparring che avessero uno stile americano. Allora non c’erano le possibilità di oggi e gli avversari te li raccontavano o li conoscevi leggendo articoli di giornali. Filmati pochi. Sapevo che avrei conosciuto Griffith, mio coetaneo, direttamente sul ring e avrei dovuto essere veloce a capire cosa fosse meglio fare. Fu un match molto ragionato. Io capii subito che dovevo anticiparlo costantemente, soffocare la sua iniziativa”.
Quando lo atterrò nel 2° round capì che avrebbe potuto vincere?
“Quel montante destro lo sento ancora nella mano. E quando ci penso rivivo la gioia. Solo successivamente mi resi conto quanto fosse stato importante”.
Neppure l’atterramento subito nella 4^ ripresa minò la sua sicurezza…
“Fortunatamente capii subito che errore avevo commesso e questo mi ha dato tranquillità. Se scopri dove hai sbagliato e più facile non ricaderci”.
Alla fine una vittoria netta, una felicità comunque più grande della borsa guadagnata: 27 milioni di lire, che sarebbero 14.000 euro, ma con il potere d’acquisto equivalente a oltre 200.000 d’oggi.
“Fu pazzesco, non tanto per la gioia dentro al Madison Square Garden ma fuori, con la gente che mi fermava, mi toccava, si congratulava. Vedevo nei volti dei connazionali, pur lontani da casa, impegnati in duri lavori, l’orgoglio di essere italiani. Pensare a questo merito è indescrivibile”.
Anche in Italia ci fu una reazione pazzesca. Prima di tutto l’attesa. Si disse che il governo Moro non avesse voluto la diretta tv perché temeva che la gente non andasse a lavorare il giorno dopo. Milioni di italiani svegli nella notte attaccati alla voce di Paolo Valenti per radio.
“Io, ovviamente, lo scoprii giorni dopo, al ritorno a casa. Tutti volevano spiegarmi cosa avevano fatto quella notte. C’è chi ancora dopo 50 anni me la racconta e mi fa vedere la pelle d’oca sulle braccia”.
Com’era davvero Griffith?
“Una persona adorabile e di un’educazione formale molto europea. Era gay ed era un periodo difficile per ammetterlo. Io non l’ho mai guardato come un diverso. Ho cercato di aiutarlo quando si è ammalato ed era in difficoltà. Per me è stato un amico fraterno: ho sofferto per la sua morte”.
C’erano 15mila spettatori entusiasti, fra i quali alcune centinaia giunti dall’Italia, che fecero da cornice al match fra Nino Benvenuti e il campione del mondo in carica dei pesi medi, il terribile picchiatore americano Emile Griffith. Una sfida che non rimase confinata nello sport ma entrò nei libri di storia. A New York erano le 22 di una sera fredda e piovosa, in Italia le 4 di notte. C’era grande attesa per il match, ma la Rai non fece la diretta per ordine del governo, che non voleva turbare il sonno degli italiani, che a milioni si svegliarono lo stesso e seguirono l’evento alla radio, pare che quella notte fossero in 18 milioni all’ascolto della memorabile radiocronaca di Paolo Valenti. Il match fu un saliscendi di emozioni. Al 2° round Griffith andò al tappeto, al 4° toccò a Benvenuti. I due se le dettero senza ritegno: elegante e tecnica la boxe dell’ azzurro, potente e aggressiva quella del rivale. Si arrivò alla 12^ ripresa, Griffith era stanco, Benvenuti si scatenò, il rivale barcollò, gli ultimi round furono un delirio di pugni, una gara di resistenza, ma era fatta! Nino Benvenuti, l’italiano, era Campione del Mondo dei pesi medi, la categoria più ambita nel panorama della boxe di sempre. Quel match (il primo di una trilogia epica) fu l’inizio della fine per il terribile Griffith, il picchiatore gentile, amante dei cappelli, ballerino esperto, ma anche cantante e disegnatore di moda. Un campione che non ha mai fatto breccia fino in fondo nel razzismo di molti americani, per il suo essere nero forse, e per le voci sulla sua omosessualità. Un uomo mite, ma con i guantoni capace di cose pazzesche: Benny Paret era un pugile spaccone, che umiliò Griffith in pubblico, urlandogli maricon, il termine spagnolo per indicare in maniera spregiativa i gay. Quando i due si ritrovarono sul ring, il pugile gentile diventò una belva e scaricò sul rivale pugni come bastonate. Alla dodicesima ripresa i due pugili erano ancora in piedi, ma verso la fine del round Griffith chiuse Paret in un angolo iniziando a colpirlo velocemente alla testa (“come se stesse demolendo una zucca con una mazza da baseball” come raccontò Normal Mailer, spettatore che si trovava in prima fila, in un saggio). Dopo questa serie di colpi l’arbitro intervenne e Paret crollò a terra privo di sensi. Morì dieci giorni dopo al Roosevelt Hospital di Manhattan per le lesioni al cervello procuratesi durante l’incontro. Il Madison era la tana di quel leone, Benvenuti l’aveva espugnata. Il ritorno in patria fu da film, folle accolsero il campione a Roma, Milano, Bologna, Trieste. Sembrava l’ubriacatura di un momento, nessuno poteva immaginare che Benvenuti invece era entrato nell’immaginario collettivo degli italiani per non uscirne più. Era diventato parte della storia d’Italia. Martedì 23 luglio 2013 Emile Griffith, uno dei più grandi pugili di sempre, morì a 75 anni in un centro di assistenza di Hempstead, nello stato di New York, a causa di un’insufficienza renale e per le complicazioni dell’Alzheimer (o della “sindrome da demenza pugilistica” da cui era affetto da molti anni). Nino Benvenuti, che nel 2010 aveva organizzato un tour in Italia per Griffith, per aiutarlo economicamente e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul morbo di Alzheimer, dopo aver appreso della sua morte dichiarò che Griffith dovrebbe essere ricordato come «un campione di correttezza, perché ha dato un’immagine pulita al pugilato».
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