DI LUCIO GIORDANO

” Meglio crumira che disoccupata”. Il problema, in fondo,  è tutto nella risposta di una dipendente del centro commerciale di Serravalle Scrivia, insultata dai suoi compagni di lavoro. Crumira. Perché non aveva accettato di scioperare contro la Pasqua di lavoro imposta dai proprietari del megastore. Adesso: se fai uno sciopero devi essere compatto, una falange pronta a lottare contro l’arroganza dei  datori di lavoro. Altrimenti, hai perso in partenza. E che questa prima battaglia, che ne vedrà di sicuro altre nei prossimi mesi, l’hanno vinta i datori di lavoro, è fuor di dubbio. Solo 4 negozi su 250 hanno chiuso i battenti per sciopero. E poi c’è quella dipendente che manifesta tutta la propria disperazione. Meglio crumira che disoccupata. Come darle torto? Come dare torto a chi magari deve dare da mangiare alla propria famiglia e non può permettersi di scioperare per paura di essere licenziata? Tutto questo, sarebbe inutile sottolinearlo, si chiama ricatto. Ed è uno degli atteggiamenti più luridi e biechi che un uomo possa in assoluto fare contro un proprio simile. Però il liberismo è questo, c’è poco da fare. Il trionfo feroce di pochi su tutti gli altri.

Schiavi. Precari. Numeri. Topolini impauriti. Questi sono i lavoratori di oggi, grazie alle liberalizzazioni, ad un capitalismo finanziario che già sta sostituendo le cattedrali nel deserto dei centri commerciali, con l’E- commerce. Rottura di coglioni h 24 per vendere quello che vuoi  acquistare e fartelo arrivare comodamente a casa , anche se non hai più un lavoro e  nemmeno i soldi per comprarti niente, se non lo stretto necessario. Un paradosso, poche storie. Parentesi: l’E- commerce è comodo per chi lavora dodici ore al giorno. Ma se al pensionato  togli anche la gioia di andare nei centri commerciali e con la canicola estiva gli scippi il lusso di  respirare aria condizionata a costo zero e passare la domenica a guardare le vetrine senza acquistare nulla, è davvero la fine della socialità. Chiusa parentesi.

Sia ben chiaro: non sono contrario per principio alle aperture domenicali, feste comandate incluse. Ognuno è libero di aprire quando vuole e il cliente  altrettanto libero di acquistare quando vuole,  h 24. Sebbene, per chi crede, anche Dio il settimo giorno riposò.  Sono contrario invece al fatto che  i lavoratori, ‘precarissimi’ siano costantemente sotto ricatto e  a rischio licenziamento se si rifiutano di rinunciare alla domenica in famiglia e ai pranzi fuori porta il lunedi di Pasqua, perché magari  una multinazionale della bellezza ha deciso di ‘ andare incontro alle esigenze dei clienti’. Bene, queste esigenze, tu datore di lavoro, le paghi, le devi pagare. Senza minacciare il fora de ball e pagando il tuo commesso il triplo di una giornata normale. Altrimenti,  resti chiuso.  Questo purtroppo non avviene quasi mai. I dipendenti precarissimi, infatti,  lavorano senza gratifiche salariali. Punto.  E, ripeto, personalmente non sono contrario a lavorare nei giorni di festa. L’ho fatto come inviato a Mediaset, in Rai, lo faccio tuttora, ma con la garanzia sindacale che il mio sacrificio di rinunciare alla famiglia o ad una domenica qualunque, venga tutelata anche economicamente. Altrimenti il gesto dell’ombrello  partirebbe in automatico. Certo, questo discorso lo possono fare le categorie tutelate. Ma in un mondo di precari schiavi, in un mondo ruzzolato indietro nei secoli, il gesto dell’ombrello è pura chimera.

Nel medioevo che stiamo vivendo con mestizia oggi,  con una rassegnazione pronta peraltro ad esplodere inevitabilmente in rivolta sociale quando la misura sarà  colma, non è un caso che le economie di tutto il mondo stiano vivendo una profondissima crisi. E la colpa, va da sé, è di questo capitalismo selvaggio che tratta i lavoratori come numeri e non aspira ad altro che sostituirli con deprimenti robot. Tutto per il profitto. L’ignobile profitto. L’industrialotto della bassa, in questi anni  ha delocalizzato, non perché la sua azienda fosse in crisi ma semplicemente perché voleva guadagnare di più. Fregandosene di tutti gli altri. Così, complice una sinistra che ha indossato i panni della destra, il mondo è andato a picco. Ha smesso di difendere operai e borghesia, la ‘sinistra’. Preferisce difendere il mondo delle banche e inseguire il dio denaro. Proprio come la destra più subdola, reazionaria ed egoista. Lo sottolineava giorni fa sull’Huffington post Tomaso Montanari, intellettuale  di raffinata eleganza, che citava Papa Francesco come l’emblema di una sinistra che non c’è più. Papa Francesco: il più grande pontefice della storia moderna. Nulla a che vedere, ad esempio, con  Giovanni Paolo II, che di  questa ordalia capitalistica era stato complice.

A sorpresa molti lettori con la sindrome di Stoccolma in corpo, hanno attaccato Montanari pur di difendere i loro aguzzini. Ma forse non sanno,  costoro,  che Montanari, il Papa o chi giustamente attacca il capitalismo cinico e selvaggio (al quale evidentemente aspirano invece molte persone senza raziocinio, magari con la vacua  speranza di arricchirsi un giorno) non stanno dicendo viva la povertà. Dicono piuttosto sì a lavori dignitosi dignitosamente retribuiti meglio  se a tempo indeterminato e soprattutto si ad uguaglianza sociale e redistribuzione della ricchezza. Senza le quali anche i gonzi che inneggiano al liberismo, presto finiranno triturati : dal capitalismo perverso e da un bieco egoismo che regalerà certamente altre guerre. Il tutto per la gioia di due- tre milioni di aridi ricchi, sparsi per il mondo. Già perché, statene certi, costoro non inviteranno mai al loro banchetto guerrafondaio i supporters poco lucidi di un liberismo che ha fallito completamente il suo appuntamento con la storia. Continueranno a mangiare voracemente, fregandosene di tutti gli altri.

Insomma il problema è il capitalismo. Giusto ripeterlo:  il più grosso fallimento della storia, che la destra ha  difeso strenuamente nei secoli dei secoli .  E   per una volta mi sento di dare ragione, almeno in parte, a Luigi Di Maio che proprio riferendosi allo sciopero di Serravalle Scrivia scrive  che  “Le liberalizzazioni  ci hanno reso più poveri e hanno sfaldato le famiglie”. Se le condizioni sono quelle attuali è assolutamente vero. E a pensarci bene, è davvero così. Molte città all’estero chiudono rigorosamente nel fine settimana. A Copenaghen, nella civilissima Danimarca,  dove sono stato venti giorni fa, il sabato pomeriggio alle 13 e fino al lunedi successivo, un paio di scarpe te lo compri con il binocolo. Tutto chiuso e buonanotte ai suonatori delle liberalizzazioni. E pure a Madrid e Barcellona funziona allo stesso modo. Proprio come capitava  negli anni 60 70 e 80 anche  in Italia. Già, il vituperato trentennio delle conquiste sindacali e delle economie che segnavano puntualmente Pil di segno positivo. Ma, certo, quelli erano gli anni in cui le multinazionali faticavano a prendere il sopravvento e Wall Street  non si era ancora  impossessato dell’economia globale, fuggendo con la  cassa. Eh, però ora siamo nel 2017, non si può rimanere ancorati al passato, diranno i modernisti, come peraltro  ha già fatto  Benedetto Della Vedova, un passato nel Pdl.  Bene, se qualcuno mi dice dove si deve firmare per tornare a quell’epoca, firmo subito, senza incertezze. Sarò antico, è vero. Però preferisco  tornare indietro di 30 anni, che continuare ad affogare in questo mare di merda. Perché, pensateci bene: siamo nel 2017 ma  manca solo venga ufficializzato il ritorno dei vassalli, dei valvassini e dei valvassori per rivivere in pieno il medioevo. Altro che globalizzazione e modernità, allora. Parolacce simili piacciono solo a chi ormai si è bevuto il cervello appresso ad una app.

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