DI NANDO DALLA CHIESA

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E ora non datemi del grillino. Però questa consigliera regionale mi ricorda alcune figure da combattimento che ho incontrato nella vita. Perciò quasi mi commuove, Silvana Carcano, mentre scrutando di sottecchi la mia reazione mi mostra un verbale datato 17 marzo 2016. E’ quello del consiglio di amministrazione di Arexpo, la società a partecipazione pubblica che ha avuto il prestigioso incarico: sviluppare il sito che fu di Expo e traghettarlo verso nuove meraviglie tecnologiche. La consigliera 5 Stelle ha esercitato il suo diritto di accesso agli atti pubblici che dovrebbe essere garantito a ogni cittadino, figurarsi a un consigliere regionale. E ha chiesto quel verbale. Che alla fine le è arrivato. Così confezionato: dal punto 1 al punto 4 (compreso) il foglio è interamente sbianchettato, e reca sul candore riconquistato una scritta obliqua in bella grafia: omissis. Che si ripete dopo il punto 5, intitolato “Triennale: approvazione testo convenzione”.
Mi guarda metà spersa metà incredula, come per dire “Ma le sembra possibile? E che ci sarà mai scritto che un consigliere regionale non possa leggere?”. Così ha fatto ricorso al Difensore regionale della Lombardia, che le ha dato ragione. Inutilmente. Allora ha fatto ricorso al Tar, per avere copia integrale di quel verbale misterioso e il Tar le ha riconosciuto il diritto di ottenerlo, almeno quello, perché per il resto, per questioni di date, ha respinto il ricorso. Ingiungendo comunque ad Arexpo l’obbligo di rilasciarglielo entro 15 giorni. Racconta queste disavventure, la consigliera, e a furia di episodi apre una vista da capogiro su un panorama di abusi e resistenze. Racconta come funziona un paese assurdo. Dove la massima autorità anticorruzione assicura nelle aule universitarie che gli atti pubblici sono accessibili a tutti, che non è più necessario dimostrare di avere uno specifico interesse a chiederli. E dove le società pubbliche o a partecipazione pubblica se ne infischiano di quel che dice l’autorità anticorruzione e anche di quel che dice il Tar. Il Tar ha deciso così?, si è sentita rispondere Silvana Carcano da Arexpo, e allora noi faremo ricorso al Consiglio di Stato. Al quale la consigliera avrà difficoltà a rivolgersi. Il teatro del contenzioso si sposta a Roma, si cambia l’avvocato, Arexpo ha i soldi, lei invece ci mette i propri. Moltiplicate la vicenda per cento e vi farete un’idea della fatica di fare politica controllando davvero in nome del popolo italiano.
“Vuole che le metta in fila i campi accidentati su cui ho dovuto camminare durante questo esperimento di vita pubblica?”. Prego. La stai a sentire ed è tutto un viavai tra bolli, burocrati e avvocati. Scopri un potere che non è tanto fatto (come spesso grida il suo movimento) di parlamenti lazzaroni e parassiti quanto di fortini inespugnabili di nomina politica e tirati su a soldi pubblici e ottimi stipendi, ma che la famosa casa di vetro neanche sanno che cosa sia. Racconta dei milioni di euro avuti dall’ex vicepresidente della Regione Mario Mantovani per una sua fondazione e di quando quest’ultimo, rientrando in Consiglio dopo l’arresto legato alle vicende della sanità, la apostrofò pubblicamente -ma fuori microfono- mentre lei lo contestava con insistenza. Con imbarazzo ripete l’epiteto che le rivolse: il solito. E sempre a proposito della sanità racconta la battaglia condotta contro un consigliere che molto se ne occupa portandosi fama (anche giudiziaria) di frequentazioni ‘ndranghetiste. Accenna appena, perché già lo sapevo di mio, all’ottima legge regionale sull’educazione alla legalità di cui è stata prima firmataria e relatrice. In una Regione Lombardia che per fortuna non è più quella affondata dall’assessore Domenico Zambetti (voto di scambio) e dal Celeste Formigoni (corruzione), non c’è solo questa signora di quarant’anni e qualcosa, due figlie e un mestiere di consulente aziendale, a fare cose buone.
Se l’ho presa in prestito per queste righe è anche perché troppo sento descrivere quelli del suo movimento come incompetenti inaffidabili. E invece mentre spiega e si sfoga, con la mano appoggiata su quel surreale ordine del giorno sommerso da omissis, penso che ogni cittadino, quali che siano le sue idee politiche, dovrebbe essere contento di vedere difeso con tanta libera passione l’interesse pubblico. Il secolo in cui in Italia gli atti pubblici saranno davvero accessibili qualche giovane studioso si ricordi di questa sparuta genia di rappresentanti del popolo. E dedichi loro un piccolo paragrafo.
(scritto sul Fatto Quotidiano del 15.4.17)
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