DI MARCO ERCOLI

“Le parole non possono descrivere quello che è successo. Ero vicino a un autobus che doveva trasportare cibo per i bambini, quando improvvisamente si è sentita un’enorme esplosione”, ha raccontato Abd Alkader Habak all’emittente Channel 4. Prima viene sbalzato dall’esplosione, poi vede il bambino ferito. “Ho visto che respirava ancora. L’ho preso in braccio e ho iniziato a correre verso l’ambulanza. Ho fatto quello che ho potuto, so solo che è stato portato in un ospedale”.
Sabato scorso, 15 aprile, l’evacuazione del campo profughi nella periferia di Aleppo si è trasformata in uno spargimento di sangue. Almeno 126 persone, tra cui 68 bambini, sono morte in un attacco suicida.
Due immagini, simbolo dell’orrore che si è scatenato, hanno fatto il giro del web. Una è quella del fotografo che corre con un bambino gravemente ferito in braccio. L’altra è quella del fotografo inginocchiato a terra che piange a dirotto con la macchina fotografica in mano. Sullo sfondo, un bus in fiamme. Questo fotoreporter si chiama Abd Alkader Habak. Era lì quando un camion, che si presumeva trasportasse aiuti e cibo, è saltato in aria. E’ corso verso le fiamme, ha sollevato un bambino da terra ed ha corso a perdifiato in direzione opposta all’esplosione per cercare di salvarlo. Poi, dopo aver caricato il bambino sull’ambulanza, si è accasciato a terra in mezzo a quel caos pazzesco, in mezzo ai corpi dilaniati dall’orrendo attentato. Ed è scoppiato in un pianto disperato.
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