DI MARCO ERCOLI

Ottanta anni fa, il 19 aprile 1937, in Italia e nelle colonie diventava legge il Regio Decreto Legislativo numero 880, la prima legge “di tutela della razza” promulgata dal regime fascista, riferito in particolar modo a tutti gli italiani che vivevano nelle colonie italiane in  Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Seguirono di qualche anno quelle tedesche: 14 luglio 1933 – Legge per la protezione dei caratteri ereditari; 15 settembre 1935 – Legge per la protezione del sangue ariano.
Per la prima volta in Italia furono promulgate delle leggi razziali, un complesso normativo basato sulla discriminazione razziale: discriminare anche a livello legale e istituzionale gli esseri umani perché appartenenti ad etnie diverse dalla nostra. Sicuramente questo principio giuridico richiama subito alla memoria le leggi razziali fasciste, promulgate da Benito Mussolini in Italia dal 1938 e da molti storici considerati il vero e proprio prologo della Seconda Guerra Mondiale. In realtà le leggi razziali contro gli ebrei non furono le prime adottate nel nostro paese: il triste primato di prima legge razziale lo detiene proprio il Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, denominato “Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi”. Con questo decreto lo stato italiano vietava definitivamente il matrimonio misto e la pratica del madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Il decreto 880 non rappresentò nient’altro che l’apice della campagna razzista del regime nei confronti degli abitanti delle colonie. Fu questo decreto che aprì le porte alle leggi razziali prevalentemente contro gli ebrei, emanate in Italia tra il 5 Settembre 1938 e il 29 Giugno 1939, che ricalcavano essenzialmente quelle promulgate in Germania. Il primo documento ufficiale da cui scaturirono le suddette Leggi Razziali, fu il Manifesto sulla purezza della razza pubblicato il 14 Luglio 1938 a cui era allegata la lista delle personalità che vi aderirono. In esse erano contenute le stesse motivazioni pseudoscientifiche che vennero date per il decreto 880/37 e vennero riutilizzate per motivare le leggi razziali emanate dal regime negli anni successivi. La retorica del regime da anni aveva speso fiumi di parole nell’esaltare la “superiore purezza delle razza italiana”, esasperatamente messa a confronto con tutte le altre razze ritenute inferiori. L’atteggiamento del regime fascista nei confronti dei matrimoni misti, e soprattutto dei figli nati da questi matrimoni, si basava fondamentalmente su due elementi: l’assoluta necessità di una «politica demografica» che salvaguardasse la razza bianca da una parte, e il problema della denatalità dall’altra, secondo Mussolini una delle piaghe principali del paese. In un’escalation di misure sempre più restrittive e razziste nei confronti non solo dei figli di matrimoni misti, ma anche contro le popolazioni locali, si arrivò al decreto 880: gli italiani che si “macchiavano” della colpa di concubinaggio con una donna africana o, peggio ancora, di matrimonio rischiavano da 1 a 5 anni di reclusione, in quanto commettevano due delitti, uno biologico e uno morale. Il primo consisteva nell’accusa di «inquinare la razza», mentre per quello morale la colpa era di «elevare» l’indigena al proprio livello, perdendo così il prestigio che derivava dall’appartenenza alla «razza superiore».
Quella delle leggi razziali e della segregazione che ne consegue è una storia tristemente diffusa in tutto il mondo e nelle diverse epoche storiche: da quella, secolare, nei confronti degli Ebrei, costretti a riunirsi nei ghetti, a quella dei neri dell‘apartheid in Sudafrica, durato formalmente fino al 1994, a quella negli Stati Uniti, abolita con le grandi rivolte per i diritti civili di fine anni Sessanta.
E’ questo il monito e l’attenzione che dobbiamo porre verso fatti che ci appaiono lontani, lo scoprire che il demone dell’intolleranza e dell’odio e i germi del suprematismo razziale sono ancora vivi e vegeti. E ancora oggi, nel 2017, nella democratica e moderna Europa si stanno affermando in diversi paesi partiti xenofobi che in maniera più o meno manifesta propugnano la non contaminazione con gli immigrati, i profughi, i disperati. In Ungheria Orbán, oltre al muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia, adesso applica la detenzione sistematica di tutti i profughi che arrivano nel Paese, collocandoli in container lungo la frontiera con Croazia e Serbia. Al coro si uniscono anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, in nome della difesa dell’omogeneità culturale e religiosa della regione, riconquistata solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A questo si sommano anche vari tentativi di revisionismo storico e rilettura di fatti conclamati, con Marine Le Pen che nega la collaborazione del Regime di Vichy nello sterminio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi in diversi paesi del nord Europa di partiti che fanno dell’omogeneità culturale e etnica il loro grido di battaglia.
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