DI CORRADO GIUSTINIANI

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La città schiavista si chiama Sabha, capoluogo di 100 mila abitanti della regione del Fezzan, nella parte centro-meridionale della Libia. Lì i profughi, uomini o donne che siano, sono venduti pubblicamente al mercato. Li compri per un prezzo che in dollari varia dai 200 fino ai 500 euro, e sono tuoi per tre mesi. Puoi farci quello che vuoi. Massacrarli di lavoro, o sfruttarli sessualmente. Una sorte che capita a centinaia di migranti nel lungo viaggio per tentare di solcare il Mediterraneo, di cui Sabha è uno snodo quasi obbligato, per chi viene da Sud. La denuncia è stata fatta dall’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, in un rapporto diffuso a Ginevra.
I migranti vengono catturati da gruppi armati e da quel momento la loro sorte è segnata, se non hanno soldi per riconquistare la loro libertà. Le donne vengono stuprate e avviate alla prostituzione, i maschi al lavoro coatto. E’ impossibile che le autorità libiche non conoscano questa situazione agghiacciante. Eppure, nessun rimedio hanno adottato per cercare di fronteggiarla, denuncia l’Associazione umanitaria Habeshia. Nulla, in particolare, ha fatto il governo di Tripoli guidato dal presidente Fayez Serraj, interlocutore caro all’Europa e all’Italia: con lui il governo Gentiloni ha firmato un imbarazzante memorandum d’intesa il 2 febbraio, per bloccare gli arrivi nel nostro paese, condito con aiuti per 800 milioni di euro, riconosciuto dall’Unione Europea il giorno dopo nel vertice di Malta e peraltro dichiarato nullo dalla Corte di Giustizia della capitale libica. E nulla hanno fatto finora i capi delle varie tribù del Fezzan, con i quali il nostro governo ha stretto accordi, ricevendoli al Viminale il 21 marzo scorso. Anzi, secondo varie denunce presentate dalle Ong e dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati, sarebbero addirittura collusi con i clan dei trafficanti e degli schiavisti.
Che fare, allora? La ricetta delle organizzazioni umanitarie come Habeshia è ben diversa da quella dei governi. Esercitare immediatamente pressioni internazionali perché i libici combattano lo schiavismo, coinvolgendo anche l’Onu, sospendere il memorandum d’intesa con Serraj e i capi tribù, e i rimpatri forzati che il ministro dell’Interno Marco Minniti vuol invece moltiplicare, creare canali per l’immigrazione legale e corridoi umanitari per garantire trasferimenti sicuri, sospendere il regolamento Dublino 3 e dar vita a un sistema unico di asilo valido per tutta l’Europa, cogliere l’occasione del G7 di Taormina per ripensare la politica delle migrazioni, e non per imporre il migration Compact, come sembra l’Italia abbia intenzione di fare. Inutile dirlo: la strategia umanitaria è perdente, con questi chiari di luna. E capiterà certamente a molti richiedenti asilo approdati in Italia, e indotti dal decreto Minniti-Orlando a lavorare gratis per progetti di impatto sociale, di ripetere un’esperienza che, da schiavi, hanno già vissuto in Libia.
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