DI GIULIO CAVALLI

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Un golpe fallito (e dalle dinamiche dubbie) che ha trasformato la Turchia in un sultanato ai piedi di Erdogan. E poi ci sono i numeri: Erdogan e il governo turco hanno arrestato 43mila persone, sequestrato 800 società, chiuso diversi giornali ed emittenti televisive, mandato in carcere 150 giornalisti (per 16 è stato chiesto l’ergastolo), allontanato dal lavoro 140mila dipendenti pubblici (tra cui funzionari, dirigenti, giudici, poliziotti), svuotato la magistratura e occupato tutte le fonti di informazione.
Sarebbe bastato questo, in un’Europa che aspiri a essere davvero presa sul serio, per sollevare un’indignazione internazionale che diventasse anche politica. E invece niente. Anzi, peggio: l’Europa finanzia Erdogan perché faccia della sua nazione il sacchetto dell’umido dell’immigrazione, trattando i rifugiati come percolato da nascondere quanto prima nel sacchetto dell’umido.
Poi, nei giorni scorsi, è arrivato anche l’esito del referendum sulla riforma costituzionale: Erdogan si cuce una costituzione su misura e diventa il padrone di un Paese che sembra correre veloce verso i suoi tempi più bui. Schede non autenticate eppure conteggiate, una campagna elettorale con nessuno spazio per il dibattito democratico, scrutini aperti ai rappresentanti del no solo dopo una buona mezz’ora dall’inizio dello spoglio e una lunga serie di amenità da terzo mondo dei diritti.
E l’Europa che fa? Un sussulto? Niente. Uno starnuto? Nulla. Anzi, continua imperterrita a portare avanti le trattative perché la Turchia ne diventi membro. Da una parte Erdogan esulta e promette in tempi brevi un nuovo referendum per ripristinare la pena di morte; dall’altra la politica europea si affida a grigiastri ragionieri affilatissimi con i bilanci e vigliacchetti con i prepotenti.

Bene. Avanti così.

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