DI STEFANO FASSINA

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Cinque anni fa, i socialisti francesi si avviavano, dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali e del partito alle elezioni per la Camera ad essere maggioranza in tutte le assemblee elettive francesi: Senato, Camera, comuni, regioni (21 su 22), cantoni. Era la prima volta nella storia della repubblica francese. Sarebbe stata sicuramente anche l’ultima. Perché, cinque anni dopo, di tutto questo non rimane nulla. Ed è addirittura a rischio una presenza significativa nel prossimo parlamento e la stessa sopravvivenza del partito come fattore centrale della politica francese.
Colpa della sinistra massimalista e dei soliti “populisti”?  Non proprio. Non è colpa della sinistra massimalista se la presidenza Hollande è venuta meno- con la sua politica economica, con la sua politica europea, con la sua politica internazionale- alle attese che aveva suscitato e agli impegni che aveva assunto. Non è colpa della sinistra massimalista e dei populisti se, nel momento della crisi, Hollande si è legato mani e piedi agli “ordoliberisti” e alle loro ricette- tagli della spesa pubblica, abbandono della legge delle 35 ore, flessibilità, fisco e quant’altro. Non è colpa della sinistra massimalista e dei populisti se lo stesso Hollande è stato abbandonato e costretto al ritiro da parte dei suoi stessi finti soccorritori: primo ad abbandonare la barca Macron, con la sua candidatura alla Presidenza, a seguire gran parte del gruppo dirigente del partito che non intendeva accettare il verdetto inequivocabile delle primarie, contro Valls e a favore di Hamon. Non è colpa dei cattivi di sinistra se tutti questi signori sono stati accolti sulla nave di Macron come persone e non come rappresentanti di un sistema di partiti che il Nostro disconosce. Non è colpa… se, negli ultimi sondaggi il rappresentante del Psf sta scendendo sotto il 10% mentre Mèlenchon, socialista con la schiena diritta, sta avvicinandosi al 20%. Un risultato eccezionale. Ma non sufficiente per accedere al secondo turno; con il rischio serio di vedere contrapposti al ballottaggio un Renzi francese e il Fronte Nazionale. Con il risultato di vedere, la sinistra assente dal ballottaggio. E senza quel minimo di intesa politico elettorale che le consenta di recuperare alle successive politiche.
In queste condizioni quelli che, nel nostro paese, in varie collocazioni e su diverse posizioni, lavorano per ricostituire nel nome della cultura socialista, una sinistra degna di questo nome, hanno il dovere di schierarsi pubblicamente a sostegno del candidato della “Francia che non si sottomette”. Non chiediamo un voto ideologico e divisivo: chiediamo un voto che consenta al 30% dei francesi di avere un loro candidato; e che imponga, conseguentemente, la ricostituzione di un tessuto unitario su nuove basi. Sono stati i dirigenti del Psf e nessun altro a liquidare il passato e il presente del socialismo francese; il nostro impegno è di schierarci a fianco, in un rinnovato spirito internazionalista, di coloro che intendono salvaguardarne il futuro.
Questo è il “messaggio nella bottiglia” che vogliamo lanciare a pochissimi giorni dal primo turno: nella speranza che, all’interno della sinistra vi siano personalità e strutture collettive desiderose di farlo proprio dandogli il peso e la consistenza politica che merita.
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