DI CARLA VISTARINI

Non so da voi, ma qui, dalle mie parti, c’è qualcosa che non va proprio, e che fino a pochi anni fa era sconosciuto. Non so come chiamarlo se non “gioco d’azzardo”, vecchio nome quasi letterario che evoca tempi e luoghi da belle époque ed esponenti del jet set internazionale, pronti a gettare via fortune in una notte. E invece no, qui, in queste terrificanti sale bingo, o come si chiamano non lo so, nei punti “bet” e “scommesse”, nei bar e altri esercizi commerciali dove proliferano le macchinette mangiasoldi, di rutilante, letterario, fascinoso, non c’è proprio niente. Anzi. Dietro quelle porte plasticate e scure si consuma il dramma di anziani pensionati, uomini di mezza età dallo sguardo perso, ragazzi ancora quasi ragazzini. E lo Stato ci lucra sopra. Ma come si fa?

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