DI MARCO ERCOLI

Dopo 26 anni il mozzo, unico a uscire vivo dal traghetto andato in fiamme nel disastro del 1991, chiarisce una volta per tutte cosa disse appena fu recuperato: “Ripetevo che c’era gente da salvare”. E nega ciò che gli è sempre stato attribuito, anche dai magistrati. Lo ha ripetuto nove volte: “Non ho mai detto che erano tutti morti, ho detto che c’era ancora gente da salvare”.
Ventisei anni dopo la parola del testimone-chiave, l’unico su 141 che è uscito vivo dal traghetto che la sera del 10 aprile 1991 stava vagando, in fiamme, davanti al lungomare di Livorno. E’ Alessio Bertrand che parla alla commissione d’inchiesta del Senato che indaga sulla più grave tragedia del mare in tempo di pace in Italia causata dalla collisione tra il traghetto della tratta Livorno-Olbia, il Moby Prince della Navarma, e la petroliera Agip Abruzzo. Ascoltato in provincia di Napoli da una delegazione di senatori, Bertrand ha smontato una delle colonne portanti dei processi che per quella strage non hanno mai trovato responsabili: “Non ho mai detto che erano tutti morti” ha ripetuto. Quasi un giuramento, che avrà un peso quando la commissione riceverà le perizie. Tra queste c’è anche quella medico-legale che dovrà dire per quanto tempo le persone a bordo del traghetto sono rimaste in vita e se c’era ancora il tempo di una potenziale operazione di salvataggio. Alessio Bertrand, il mozzo, aveva ventitré anni, di Ercolano, la sola licenzia media quando salì sul Moby Prince, quel 10 aprile 1991, per lavorare in coperta insieme allo zio Gerardo. Era al suo primo imbarco, eppure fu proprio lui l’unico a salvarsi. Mentre la nave venne inghiottita dal fuoco, vide i suoi amici cadere l’uno dopo l’altro sopraffatti dal fumo. Si bagnò, si mise all’esterno di una ringhiera, a poppa, aggrappato e rimase così per quasi tre quarti d’ora, in attesa dei soccorsi che non arrivavano. Gli chiedono i commissari: “Vide arrivare mezzi di salvataggio mentre rimase appeso?” “NO!” risponde con veemenza. Venne recuperato un’ora e 20 minuti dopo lo scontro tra le navi: a salvarlo furono due ormeggiatori, operai del porto, il mestiere più vecchio sulle banchine, Walter Mattei e Mauro Valli. Gli dissero di buttarsi, lo fece e finì in mare, lo recuperarono e poi lo affidarono a una motovedetta della Capitaneria che lo portò sulla terraferma, di cui si vedevano le luci in lontananza. Di lui si ricordano gli occhi spiritati in quel video in cui, come una furia, gridava in napoletano, in piedi sul predellino di un’ambulanza. Quella notte si salvò, ma di fatto non sarà mai in salvo. Ogni volta che parla di quella notte scoppia a piangere. “Prendo psicofarmaci, altrimenti non dormo” disse con un filo di voce al Tirreno, nel 2011, nella prima intervista dopo vent’anni. “La psicoterapia da sola non basta. Non ho più il coraggio di guardare il mare, quando sento il rumore delle onde mi sale lo sgomento”. Non vuole mai ripensare a quella notte che gli ha cambiato la vita. Ma con la commissione d’inchiesta parla, come ha parlato ogni volta che gli è stato chiesto dalle autorità che hanno indagato in questi anni, in particolare i magistrati di Livorno. Il racconto è affaticato, i ricordi a sprazzi. La narrazione però non perde mai coerenza. Ripete per esempio alcune cose che ha sempre detto. Come la causa della collisione, per come gli fu spiegata. “Incontrai il timoniere, gli chiesi cos’era successo e mi disse: c’era nebbia e siamo finiti contro un’altra nave”. Bertrand quella notte la nebbia non la vide, gliela riferì il timoniere, Aniello Padula, incrociato nei movimenti convulsi dell’equipaggio durante l’emergenza. La stessa nebbia che qualcuno vide e molti altri no. Poi ricorda che voleva buttarsi subito quasi all’inizio dell’emergenza, fermato dallo zio che lo avvertì del pericolo delle eliche. L’unico che si buttò alla fine fu Francesco Esposito, 43 anni, di Pizzo Calabro, barista di bordo: morì affogato. Lo recuperarono dal mare intorno alle 9,30, 11 ore dopo l’incidente, e diventò la prima vittima ufficiale della tragedia del Moby Prince. Ma ciò che risulta “nuovo” per i senatori riguarda il momento in cui venne issato a bordo della piccola barca degli ormeggiatori che ebbero il merito di identificare finalmente il Moby Prince dopo che tutti i soccorsi si erano precipitati sulla petroliera Agip e ebbero il merito di essere gli unici a seguire la nave in fiamme sperando che si buttasse qualcun altro, di trovare qualcuno in mare da recuperare. “Se ce ne fossero stati venti, ne avrei salvati venti” dice Valli. Ma parte proprio dalla voce di Valli, registrata quella sera sul canale d’emergenza, una serie di incrinature che restano per il momento senza spiegazione. Mentre Mattei manovrava la piccola imbarcazione, Valli parlava alla radio con la Capitaneria: E gridò: “Abbiamo raccolto un naufrago, dice che ci sono ancora persone sulla nave”. Lo ripetè, lo urlò tre volte, perché sentì che nessuno lo ascoltava, che la Guardia Costiera, che pure era lì vicino, indugiava. “Punta sulla nave per favore che c’è ancora gente ci dice questo naufrago che abbiamo raccolto”. E ancora: “Andare a poppa della nave, il naufrago ci dice che ci sono ancora dei naufraghi da salvare”. Ma 18 minuti dopo aver raccolto Bertrand dal mare, tutto cambiò. Dalla sala operativa dei piloti del porto chiesero: “Il naufrago ha dichiarato che si sono buttati in mare altri… oppure no?”. Valli rispose: “Il naufrago ha detto …tutti morti bruciati”. Ed è ciò che ancora oggi Valli e Mattei ripetono di aver sentito dalla voce di Bertrand, il mozzo miracolato. Ma è anche ciò che lui stesso ha ripetuto in uno dei vari interrogatori con gli investigatori, dopo il disastro. Tanto che quell’espressione finì poi anche nella requisitoria del pm. Ma lui, Bertrand, oggi, nega. Gli contestano durante l’audizione della commissione: “dalla radio comunicarono che lei disse ‘Tutti morti bruciati‘”. “Io non l’ho mai detto”. E ancora: “Ma lei l’ha mai detto ‘tutti morti’?”. “NO!”. Anzi, l’ex mozzo ricorda di aver detto agli ormeggiatori, appena tirato su dal mare, di rimanere lì con la barca perché ci potevano essere altre persone che erano rimaste in vita come lui. “Fermiamoci qui perché ci sono altri da salvare”. Ai commissari-senatori lo ripete 9 volte, anche con energia. Il suo racconto appare coerente con la scena dell’ambulanza: Bertrand, appena sbarcato dalla motovedetta, grida, si arrabbia, si dimena, sbatte le mani sulla portiera. Pronuncia parole in napoletano stretto, quasi incomprensibili: molte sono parolacce, bestemmie. E ripete una volta di più: “I miei amici”. I suoi amici: in particolare Angelo Massa, 30 anni, di Castellammare di Stabia, marinaio di coperta, e Giovanni D’Antonio, 22 anni, di Torre del Greco, il cosiddetto giovanotto di coperta del Moby Prince. Con loro Bertrand tentò di salvarsi la vita. Andarono verso il garage della nave, salirono e scesero scalette, attraversarono corridoi pieni di fumo scavalcando forse qualcuno che si era già accasciato a terra, si bagnarono con una manichetta per limitare il calore. Operazioni che non si compiono in mezz’ora, cioè il tempo secondo cui erano tutti morti a bordo, come disse la sentenza del processo del “tutti assolti”, nel 1997. D’Antonio, anzi, fu l’ultimo a parlare con Bertrand. L’ultima conversazione, avvenuta almeno 40-50 minuti dopo l’impatto, ricorda Bertrand.
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