DI MASSIMO NAVA

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Ricordo di Piero Ottone
Lo so che non si dovrebbe indulgere nei ricordi, nella nostalgia, negli elogi funebri e chissá perché si chiamano appunto elogi. Come diceva Totò, in questo Paese bisogna morire per essere apprezzati per le cose fatte in vita. Personalmente, di Piero Ottone, ricordo una cosa sua e una detta da un vecchio collega amico, il giorno della mia assunzione al Corriere. L’amico mi disse “guardalo negli occhi, non abbassare lo sguardo. Se lui vede luce, é fatta”. Non ricordo se lo guardai fisso, ma lui disse “buon lavoro”. La cosa che ricordo é una telefonata, il giorno della pubblicazione del mio primo articolo, in prima pagina, per complimentarsi per un’inchiesta nel carcere di san Vittore a Milano. Allora, nonostante i mille impegni, il direttore parlava anche con l’ultimo arrivato.
Io facevo parte di una nidiata di giovanissimi, inesperti, pieni soltanto di voglia di fare bene. LA grandezza di Ottone consisteva proprio in questo : la sua straordinaria capacitá di apprezzare il lavoro e l’impegno, a prescindere da etá, fama, autoreferenzialitá etc, la sua voglia di insegnare un metodo di giornalismo che é poi l’ABC ancora oggi del buon giornalismo, anche se in molti casi se ne sono perse le tracce. Ossia i fatti separati dalle opinioni, le inchieste approfondite in cui le voci e le testimonianze erano raccolte, vagliate, messe a confronto, lo sforzo di tenere insieme memoria, cultura e interpretazione dei processi sociali per comprenderne la direzione, il coraggio di scelte civili e quindi di prese di posizione del giornale, al di là e talvolta contro tradizione, bacino di utenza, collocazione storico/politica. E’ stata una grande lezione, un manuale che mi ha accompagnato negli anni, credo anche un riferimento, non sempre apprezzato e seguito, per le direzioni successive. Remocontro.

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