DI NICOLA BORZI

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Quando la contesa su una trasmissione giornalistica esce dai canoni dei fatti (e della scienza, come nel caso del vaccino anti HPV), per entrare nel campo dello scontro politico, significa che non interessa più il giornalismo. Questo e’ quanto sta accadendo su #Report. Devo ancora vedere la meta’ della trasmissione relativa al vaccino, ma una cosa e’ certa: si puo’ anche – eventualmente – sbagliare un servizio, senza pero’ che si debba mettere in discussione un intero programma. Se questa regola valesse per tutte le testate, alla prima querela vinta da qualcuno, alla prima causa per danni persa dall’editore, alla prima notizia o approfondimento data in modo sciatto cosa si dovrebbe fare: chiudere la testata? La verita’ e’ che la canea contro #Report e’ interessata e spinta da altri motivi. C’e’ pero’ da rilevare qualcosa che e’ cambiato rispetto a vent’anni fa, quando la trasmissione e’ nata: un tempo le notizie che non piacevano sollevavano indignazione e una risposta, oggi sollevano fastidio e contrarieta’. Vent’anni di vita italiana, gli ultimi vent’anni, hanno anestetizzato gli italiani, non tutti ma molti. Ormai siamo talmente assuefatti all’andazzo nazionale, ai conflitti d’interesse micro o macroscopici, alla grande e piccola corruzione, che anche le denuncie più precise ci lasciano indifferenti o, peggio, ci fanno sollevare il sopracciglio per tuonare contro “gli sfascisti”.

Per quanto mi riguarda, al netto anche di qualche errore, ben venga sempre e comunque il giornalismo d’inchiesta. E a chi ne contesta i metodi, faccio presente che quando qualcuno parla solo off the record significa che ha qualcosa da nascondere. (Da Facebook)

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