DI FULVIO SCAGLIONE
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Dietro il fumo dei missili e il rumore delle dichiarazioni, il messaggio sulla Siria che gli Usa di Donald Trump lanciano alla Russia è, tutto sommato, conciliatorio.


Rex Tillerson, il segretario di Stato, ha detto infatti: “Il regno della famiglia Assad è al tramonto e la Russia, come suo migliore alleato nel conflitto, ha gli strumenti adatti per farglielo capire… Pensiamo che l’uscita di scena di Assad debba avvenire nel modo più ordinato possibile… in modo cioè che certi interessi e certi gruppi che lui rappresenta sentano di essere rappresentati al tavolo negoziale dove si discuterà la soluzione politica alla crisi”.
Gli Usa, insomma, non prevedono un rovesciamento violento della Siria assadiana. Chiedono, invece, che il per loro impresentabile Assad accetti di uscire di scena per favorire una transizione politica. Magari verso un Governo (questo pare il sottinteso nelle parole di Tillerson) con uomini graditi anche alla Russia e tale da garantire gli interessi della minoranza alawita (e di quella cristiana, dovremmo aggiungere).
L’offerta, bisogna riconoscerlo, è suadente. L’esercito siriano e l’aviazione russa stanno pian piano vincendo la guerra. Ma quel “pian piano” potrebbe voler dire altri anni sul campo di battaglia, da un lato a distruggere e dall’altro a cercare faticosamente di ricostruire quel ch’è stato distrutto prima. Il tutto in una regione in cui gli attori locali come Arabia Saudita e Turchia, che nessuno riesce davvero a controllare, possono tenere accesa la fiamma del terrorismo più o meno suicida per decenni, sfruttando le enormi riserve di denaro e di fanatici disposti a immolarsi. Gli eventi degli ultimi giorni ad Aleppo lo dimostrano.
Vladimir Putin, quindi, potrebbe anche farsi tentare. Mollare Assad, a torto o a ragione diventato il simbolo del massacro siriano, sostituirlo con un personaggio sensibile agli interessi di Mosca, dichiarare di aver vinto e andarsene. Una soluzione alla Kissinger che però, con ogni probabilità, il Cremlino respingerà.
A Putin certo non sfuggono le difficoltà che dovrà affrontare mantenendo l’impegno in terra di Siria. A confronto di quelle, l’impegno militare è il meno. Ma andarsene ora è quasi fuori discussione, e certo non per amore di Assad. C’è l’impegno con gli alleati, in primo luogo con l’Iran e anche con la Siria. Questa fedeltà alla parola data ha procurato alla Russia una fama di partner credibile e affidabile che il Cremlino sta spendendo anche su altri terreni, per esempio con l’Egitto di Al Sisi e, di riflesso, anche in Libia. Ed è chiaro che Putin ha riportato la Russia in Medio Oriente (da dove è stata assente per più di quarant’anni, dopo che il leader egiziano Sadat aveva espulso i consiglieri russi nel 1971) nell’ambito di una strategia di lungo periodo, non per l’impulso di un momento.
La Russia, infine, non ha alcuna certezza che gli Usa, domani, non ricomincino a pasticciare con le petromonarchie del Golfo Persico, che del carnaio siriano sono responsabili almeno quanto Bashar al-Assad.
Putin, quindi, può essere convinto. Ma Trump deve offrire molto di più che una dignitosa uscita di scena per Assad e una qualche testa di legno alawita per Mosca. Il Cremlino vuole lasciare la Siria da vincitore agli occhi del mondo. Come questo possa avvenire non si sa. Ma la trattativa è aperta.
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