DI LUIGI IRDI

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Come dicevo da qualche altra parte le polemiche su Report mi hanno confermato che esistono nel dibattito pubblico argomenti di cui “non si può parlare” e di cui bisogna dunque tacere (senza scomodare Wittgenstein, beninteso) .
Cercherò di spiegarmi brevemente con qualche esempio.
Cominciamo col terrorismo degli Anni ’70. Quando apparvero le Brigate Rosse con i loro attentati la reazione diffusa della società civile fu ovviamente di orrore. Chi erano questi assassini?
La condanna fu unanime, ma ci fu qualcuno che cominciò a porsi anche qualche domanda. L’ispirazione delle Brigate Rosse era davvero esclusivamente criminale? O c’era qualcosa di diverso?
Spuntò qualche flebile voce che si permise di argomentare che forse, essendo quegli avventurieri figli di un album di famiglia della sinistra (Rossana Rossanda), chissà, magari avevano in mente un progetto politico, insomma non si poteva considerare esattamente criminali comuni come un qualunque rapinatore alla Vallanzasca.
Allora quelle furono considerate voci di fiancheggiatori, complici, collusi, il più delle volte strapazzate e zittite. La faccio breve. Nei decenni successivi, come si sa, fiumi di inchiostro sono stati spesi nell’interpretazione socio – politica del fenomeno terrorismo politico italiano e oggi gli ex assassini vengono invitati ai convegni se non addirittura a fare i consulenti carcerari.
Ma allora, mentre le Br sparavano, non era consentito ragionare. Si doveva andare in trincea e basta, elmetto in testa e via. Ogni obiezione veniva bollata come alto tradimento.
Veniamo a tempi più recenti, diciamo una ventina di anni fa.
D’un tratto è apparsa ai nostri occhi la figura dell’islamico bombarolo suicida, quello che fu definito il “terrorista kamikaze”. Anche qui, vibrata condanna! E ci mancherebbe altro.
Anche in questa occasione ci fu qualcuno (pochissimi) già vent’anni fa, che cominciò a porsi domande più fastidiose. Perché lo fanno? Quale motivazione può convincere un uomo a farsi saltare in aria ammazzando innocenti in luoghi pubblici, pizzerie o metropolitane?
Il famoso: “perché ci odiano tanto?”.
Insomma ci fu chi tentò di riflettere sulla psicologia del kamikaze. Di capire. Ma anche qui la reazione generale fu di zittire questi imbecilli e complici dei cattivi che invece di imbracciare il mitra e andare a bombardare tutto il bombardabile, si permettevano il lusso di interrogarsi un po’ più a fondo.
Era la reazione istintiva alla paura del primo momento.
Ora, come tutti sappiamo, sui terroristi suicidi (non li chiamiamo nemmeno più kamikaze) si scrivono tesi di laurea, e riviste come Limes o Micromega ci possono campare per un anno e più.
Insomma, è diventato lecito discuterne, avere nei confronti del fenomeno un atteggiamento più razionale, cartesiano, direi scientifico. Ci si interroga, giustamente, su un capitolo complicato e disturbante della storia dell’uomo. L’argomento, cioè, non è più bandito dal dibattito pubblico.
Volete un altro esempio più recente? Prendiamo il caso di Stefano Cucchi che tutti conoscono. La storia è nota. Arresto del giovane tossicomane. Pestaggio in caserma da parte dei carabinieri, Regina Coeli, ricovero in ospedale, morte dopo una settimana di ricovero.
La successione degli eventi fa senz’altro pensare che la morte sia l’esito finale di un calvario iniziato col pestaggio dei carabinieri. Ora, se Report raccontasse, per esempio, che cinque perizie cliniche non sono riuscite a stabilire un nesso causale tra le botte e la morte, e che quindi c’è la concreta possibilità che Cucchi sia morto perché il suo organismo dopo anni di alcol e droghe era arrivato al limite, se Sigfrido Ranucci spiegasse in trasmissione che quando Cucchi è arrivato in ospedale aveva il fegato e i reni di un ottantenne, e che il fisico ha ceduto, cosa succederebbe?
Succederebbe il finimondo perché la narrazione accettata è che ci sia una relazione indiscutibile di causa – effetto tra le botte e la morte. Ormai è così e basta e chi si prova a proporre qualche perplessità è solo un guastafeste e un traditore del pensiero corrente. E forse compito dei giornalisti è (anche) quello di indagare sulle tesi a prima vista più fastidiose.
Di esempi come questi ce ne sono a dozzine. Esempi di argomenti espulsi senza appello dal dibattito pubblico. Giordano Bruno è finito al rogo solo per aver detto che possono esistere altri mondi oltre al nostro e Galileo l’ha scampata per il rotto della cuffia.
Insomma, ciò che voglio dire, per riassumere, è questo. Il dibattito pubblico (e quindi il giornalismo che ne è una componente essenziale) ha i suoi tabù, a anche se magari limitati nel tempo. Chi li viola, anche tangenzialmente (come nel caso della puntata di Report) paga pegno. Poi magari passano vent’anni e allora si riesce a parlare di cose che oggi invece toccano nervi troppo sensibili della coscienza civile. Ma ora no.
Non è il momento, non si può. Facebook.
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