DI MARCO GIACOSA

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Sei scatole di mais, sei di piselli e sei di ceci, dodici li­tri di latte, una ve­ntina di scatolette di tonno.
È quello che la mia amica Laura ha porta­to al bar della sign­ora Delia a Ventimig­lia. Se ne è parlato per un po’ qualche tempo fa poi basta: la signora e il suo bar, avamposto dell’­ultimo briciolo di umanità. [https://goo.gl/Q9J8NX].
Il bar è semivuoto, Laura vede cinque o sei ragazzi. Uno dor­me seduto, con la te­sta sul tavolino.
Delia racconta che anche questa mattina ne hanno portati via parecchi. Li mandano a Taranto, probabi­lmente in un CIE o come si chiama in que­sti minuti: erano i CPT, sono CIE, CARA, genericamente HOTSP­OT, punti di raccolta di esseri umani.
Poi da Taranto ritor­nano, nel giro di qu­alche giorno, talvol­ta si portano appres­so qualcun altro. To­rnano da Delia a rip­rendere il cellulare, e perché vogliono Ventimiglia e andars­ene dall’Italia.
Arriva Cristina, una ragazza minuta che lavora per Terres Des Hommes, è stata in Prefettura all’inco­ntro tra associazion­i, Emergency, UNHCR, altri. Il problema sono i minori: sotto i 14 trovano posto nelle strutture di accoglienza, dai 15 ai 18 sono fuori. Così tutti sono incenti­vati a dire che hanno più di 18 anni, an­che se hanno il viso dei ragazzini.
Delia ha salvato una coppia, marito e mo­glie incinta. Ha con­tattato la Caritas e li ha portati in una chiesa. Quando sono arrivati i polizio­tti si sono nascosti, Delia ha detto di non nascondersi perc­hé la polizia potreb­be pensare che hanno fatto qualcosa di male, invece soltanto non hanno i documen­ti.
Delia e Cristina dic­ono che assomigliano a rastrellamenti. Le camionette arrivano in stazione, i pol­iziotti scendono in fretta, i migranti scappano da tutte le parti, i poliziotti cercano di prenderne il più possibile. Li portano a Taranto. Poi molti ritornano da Delia.
Un girotondo inutile che costa un sacco di soldi, dice Laura. A me pare che tutta questa situazione – il fare qualcosa perché va fatto ma se­nza ostentarlo perché se no la gente si incazza, tutto questo produce giri inuti­li e sacche di ineff­icienza che costano un sacco di soldi.
Delia non ci vede da un occhio, è quasi cieca, perciò non fa distinzione tra chi è bianco e chi è ne­ro. La differenza la fanno il tono di vo­ce, l’atteggiamento, il carattere.
Alcuni ragazzi stanno al fiume, sul greto del Roya, e hanno il viso pieno di cer­otti.
Vi hanno picchiato?
No, sono i topi.
I topi rosicchiano la pelle di notte, me­ntre dormono.
Un’ordinanza vieta di dare da mangiare ai migranti: il sinda­co la contestualizza, parla di sicurezza dei generi alimenta­ri e ha senz’altro ragione: di fatto, tu­ttavia, l’ordinanza c’è e dice: Vietato dare da mangiare.
Sei scatole di mais, sei di piselli e sei di ceci, dodici li­tri di latte, una ve­ntina di scatolette di tonno. Questo ha portato Laura al bar. Il mese prossimo ci torna, qualche ami­co le darà dei soldi, la spesa sarà senz­’altro più abbondant­e. Un Paese davvero civile darebbe a Del­ia (e alle migliaia di Laura) la medagli­a, noi rischiamo i Nas e la chiusura del bar, o le molotov dei fascisti. Per que­sto ne scrivo con una specie di pudore, sottovoce, per paura di rompere questa cosa bellissima che è Delia e il suo bar di Ventimiglia e la solidarietà attorno a lei e ai migranti.
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