DI CHIARA FARIGU

Giuseppe Vacciano è allo stremo ormai: non riesce a dimettersi. La sua, più che una vicenda, è diventato un caso, anzi IL caso. E’ l’unico politico che chiede da oltre due anni di poter tornare alla vita privata, ma non può. Non gli è permesso: il Senato respinge regolarmente la sua richiesta. Non una, non due, non tre e neppure quattro, per la quinta volta il Senato ha detto NO. Forte e chiaro: con 129 voti contrari, 7 astenuti e 90 favorevoli. L’ultima volta ieri con quella votazione che nei fatti ne ha decretato una “prigionia”, la sua. Costringendolo, obtorto collo, a portare a termine una legislatura nella quale da tempo non si riconosce più.

Per capire questa sorta di “accanimento terapeutico” del Senato che lo vuole lì, strenuamente incollato all’onorevole poltrona, occorre fare un passo indietro.

Vacciano, napoletano di nascita ma latinense d’adozione dove vive sin dal 2006, in seguito ad un trasferimento della Banca d’Italia presso la quale lavora, è da sempre appassionato di politica. Nel 2011, col simbolo del M5S, decide di candidarsi come sindaco alle elezioni comunali di Latina, ottenendo l’1,3% delle preferenze, pari a 1.055 voti. Successivamente, alle elezioni del 2013 viene eletto senatore nella circoscrizione elettorale Lazio2. Grillino sino al midollo ma di personalità spiccata e testa pensante che spazia oltre alle regole imposte dal Movimento, il 17 marzo dichiara di aver votato Pietro Grasso al ballottaggio al Senato in contrapposizione alla linea ufficiale del suo partito che aveva indicato di votare scheda bianca. Il 22 dicembre del 2014 presenta le dimissioni da senatore poiché in dissenso con la nomina del cosiddetto “direttorio”. Il parlamento le respinge ma il M5S lo espelle dal gruppo del M5S il 7 gennaio del 2015 su iniziativa del capogruppo in carica Alberto Airola. Da quel momento Vacciano, come previsto dal regolamento del Senato, entra a far parte del Gruppo Misto senza però iscriversi a nessuna componente. Ligio ai suoi doveri, prosegue di gran lena la missione che il mandato gli consente vantando una presenza stakanovista da far arrossire i più illustri colleghi: l’86,61% di presenze ed un indice elevatissimo di produttività con all’attivo 30 interrogazioni parlamentari, 6 disegni di legge e 268 emendamenti.

Ma c’è di più. Rimane fedele alla linea pentastellata dei duri e puri per ciò che riguarda il dimezzamento dello stipendio, versando 3mila euro al mese al fondo per le microimprese e rendicontando con certosina precisione da bancario qual è ogni spesa effettuata, ogni scontrino pagato. Le sue erano e rimangono 5 stelle puntate sul cuore, fedele nei secoli, come l’Arma. Ciò nonostante, a intervalli di tempo, ripresenta le dimissioni: dopo il 17 febbraio 2015 è la volta del 16 settembre dello stesso anno. Ci riprova il 13 luglio del 2016, poi ancora il 25 gennaio di quest’anno, infine ieri, 20 aprile. Cinque richieste, cinque NO. La motivazione sempre la stessa: “Il parlamentare non ha vincolo di mandato”, dunque può presenziare in altro gruppo anche se non si riconosce più nel partito nel quale è stato eletto.

“Liberatemi”, invoca, inascoltato, Vacciano, “sono venuto qui per combattere i privilegi della casta, non voglio il vitalizio, ridatemi la liberta”. Inutile. Il Senato ha deciso di non mollarlo. Difficile stabilire se non voglia o se non possa. Inutili sinora anche tutti gli appelli al presidente Grasso.

C’è tuttavia chi azzarda qualche ipotesi su questo penta-rifiuto. Se da una parte è vero che la Costituzione vieta il vincolo di mandato, dall’altra, la sua uscita dal Senato potrebbe mettere in agitazione il PD poiché il suo posto potrebbe essere preso da un altro pentastellato, rafforzandone il gruppo parlamentare.
Ma queste sono illazioni. Fantapolitica.
Di certo c’è che Vacciano, seppur stremato dai troppi NO finora incassati è intenzionato tuttavia a riprovare ancora. E chissà che la sesta non sia la volta buona. O anche no. Potrebbe dar vita ad un precedente “pericoloso”: a un vitalizio non si rinuncia, è o non è un diritto acquisito?

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