DI ALBERTO TAROZZI
La Corea del Sud ha un nuovo Presidente: si chiama Moon Jae-in, è cattolico, pacifista e moderatamente di sinistra.
Se gli vogliamo affibbiare un simbolo, di quelli che i media appiccicano addosso a tutti i cambiamenti epocali o ritenuti tali, possiamo dire che la sua è stata la rivoluzione delle “candele”, quelle tenute accese dalle centinaia di migliaia di manifestanti che chiedevano l’impeachement della Presidente uscente Park Geun-hye, una figura corrotta e tenebrosa, pericolosa per la sicurezza dei suoi connazionali (storia di santone e di segreti di Stato venduti al migliore offerente).
Con Moon la Corea del sud volta pagina. Fin qui la cronaca.
Tradotto in politica interna: minore autoritarismo, più democrazia, maggiore occupazione e minori disuguaglianze, pensioni minime raddoppiate.
Ma la Corea è lontana e la politica estera, col dovuto rispetto per i coreani poveri e le loro sofferenze, ci interessa di più.
Pare interessare anche la diplomazia vaticana. Non appartengono solo alla retorica di circostanza, le due parole-chiave ricorrenti nel linguaggio di Moon: «giustizia» e «pace», sono due termini ben presenti e significativi nella fede e nella dottrina sociale cattolica, come sottolinea il vescovo coreano Kang.
Non basta, arriviamo al dunque, e quando si parla di Corea il nodo centrale della politica estera è costituito dai rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud.
Pessimi, ma forse meno di quanto si creda. Non a caso Moon promette la riapertura del complesso industriale di Kaesong, oltre confine, zona di produzione economica frutto della cooperazione Nord-Sud, chiusa dall’ex presidente Park, ma che appartiene alla storia delle relazioni economiche tra le due Coree, non sempre così distanti come saremmo portati a credere.
Per finire il tema che fa tremare un po’ tutto il mondo, ma i coreani in particolare.
Il piano nucleare della Corea del nord e i proclami del suo Presidente in relazione al possibile uso della bomba atomica.
Trump sembra fare della questione un punto chiave della sua politica e il Giappone pare condividerne la strategia.
Un po’ meno i coreani del sud.
A dirla tutta, anche la Presidente in disgrazia aveva evitato di partecipare alle manovre nippo-americane in acque contigue a quelle coreane.
Moon sembra fare un passo in più. Col dovuto rispetto fa presente che agli Usa si può rispondere anche con qualche diniego.
Dunque, se Seul e Pyongyang costruiscono insieme un’economia di mercato comune, questo potrebbe diminuire i pericoli di una guerra.
Inoltre Moon ha detto che affronterà subito la questione del programma nucleare in Corea del Nord nell’ambito di una fase di apertura e negoziato nelle relazioni col Nord, che ricorda quella del predecessore e premio Nobel Kim Dae-jung nel 2000.
Riconciliazione e pace anziché forza militare. Dal nord del 38esimo parallelo segnali di aver ricevuto il messaggio: anche durante la campagna elettorale accenni favorevoli a Moon non erano mancati.
Come interpretare tutto ciò?
D’accordo sulla ideologia e sul carattere del nuovo Presidente: entrambi fattori di svolta.
Ma un pensierino alla realpolitk non guasta.
In caso di guerra nucleare la Corea del Sud è spacciata: quale scudo protettivo la potrebbe difendere da una minaccia che la viene dal cortile di casa.
Inoltre i coreani non dimenticano i quasi 3 milioni di morti degli anni 50, in una guerra iniziata con un confronto militare lungo quel maledetto parallelo, il numero 38, lungo il quale le parti si erano poi ritrovate tre anni anno dopo con diversi milioni milioni di sopravvissuti in meno.
Il pacifismo è nel dna dei sudcoreani. Unica alternativa, lo spettro della morte nucleare.
In fondo l’equilibrio del terrore, che ha contribuito alla sopravvivenza del pianeta, negli anni della guerra fredda, continua a dettare legge, in quell’angolo di Estremo Oriente.
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