DI ALESSANDRO ALBANO (nostro corrispondente da Londra)

Londra. Dopo quattro ore di discussioni nel centro di Londra, il leader dei Labour Jeremy Corbyn ha presentato il programma politico le per prossime elezioni generali dell’8 giugno. “All’unanimità” come precisato dal segretario, dopo che nel precedente incontro un primo piano era già stato ampiamente criticato. Quello presentato vira decisamente più a sinistra. Il più ‘radicale’ da 35 anni a questa parte; da quando, nel 1983, il predecessore di Corbyn, Micheal Foot, perse le elezioni contro Margaret Thacher. Una tra le più pesanti sconfitte nella storia Labour.

Il ‘manifesto’ labourista segna di fatto un ritorno politico agli anni 70′, soprattutto per quanto riguarda le politiche sociali. Al centro, il progetto di ri-nazionalizzazione di trasporti, servizi postali, infrastutture – una forte privatizzazione dei servizi statali era stata decisa dal governo Thatcher – e un significativo aumento delle risorse il welfare. Si fa riferimento inoltre, all’ innalzamento del ‘minimum wage’, il minimo salariale, da 7,20 a 10 pound all’ora.

Uno dei punti più importanti, e ad oggi innovativi, del programma di Corbyn, riguarda abolizione delle ‘tuition fee’, le tasse universitarie, in continua crescita dagli anni 90′. Prima con Tony Blair, che portato la soglia annuale a 3mila sterline; poi con il governo Cameron. Le tasse per l’iscrizione ad un corso di studi triennale si aggirano, di media, intorno alle 9 mila sterline. 9.250 a partire dall’anno prossimo.

Nell’agenda sono presenti anche le direttive in merito alle imminenti negoziazioni con Bruxelles, molto diverse dalla ‘hard brexit’ del governo May. La libertà di movimento dei cittadini comunitari, il cosiddetto ‘free movement’, e un ampio accordo di partnership commerciale – doganale con l’Unione Europea, rimangono al centro delle proposta labourista.

“Il nostro manifesto sarà un offerta – ha dichiarato Corbyn – un’offerta che trasformerà la vita di molte persone nella nostra società e assicurerà che, a partire dall’8 giugno, l’Inghilterra abbia un governo in grado di lavorare per molti, e non per pochi. Darà a tutti, nella nostra società, un’opportunità e una scelta dignitosa. Nessuno verrà ignorato, dimenticato o lasciato indietro”

La svolta ‘radicale’ di Corbyn e dei Labour, ha suscitato parecchie reazioni non solo da parte del partito conservatore, che critica il ritorno ad un ideologia socialista come le premessa dell’aumento di tasse e spesa pubblica. Il direttore dell’ Institute for Fiscal Studies, Paul Johnson, ha descritto l’agenda come la “più radicale da decenni a questa parte”. “Nell’agenda – ha deto Johnson – si parla di un forte intervento dello stato nel settore privato. Sicuramente il più grande dagli anni 70′, e forse 40′. Cambia completamente le regolamentazioni in merito al lavoro”.

I dettagli dei costi del programma verranno forniti settimana prossima insieme al documento completo. Ma secondo le prime stime del numero due del partito, John Mc Donnel, sono stati valutati 57 miliardi di sterline per misure volte ad incrementare le entrate, e altri 55 miliardi di spesa aggiuntiva. Il partito ha messo però in chiaro che questi 55 miliardi verranno prelevati dall’alzamento delle tasse per le corporation e per gli stipendi superiori alle 100 mila sterline annue. Non è stato menzionato, per ora, l’incremento delle imposte dirette.

Secondo i recenti sondaggi, il partito labourista si troverebbe in svantaggio di circa venti punti percentuali nei confronti dei Theresa May e il partito conservatore. Tuttavia, le politiche economico-sociali in direzione della classe media e dei giovani, e la scelta di una brexit appannata e meno netta, potrebbero portare Corbyn verso quell’elettorato che lo aveva abbandonato durante le scorse elezioni.

 

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