DI ALESSANDRO GILIOLI
Oggi una storia minore, molto minore. In cui non muore nessuno, né vi è grave sofferenza umana, insomma leggera. Ma rende lo stesso l’idea del problema più grande nei nostri tempi, così come in molti di quelli passati: l’arroganza del più forte e la sua imposizione sul più debole.
Accade a Prato, dove da un anno il signor Fabio Gucci, con la moglie Barbara e le figlie Laura e Martina, ha aperto un ristorante a conduzione familiare. La mamma cucina, gli altri servono in sala. Con soddisfazione dei clienti e alcune specialità: piatti tipici della zona, pasta fatta in casa, tartare di zucchine e buon vino toscano, il tutto con prezzi più che accettabili. Nome del locale: GucciDoc. La prima metà è il cognome di famiglia, la seconda metà si riferisce alla qualità dei cibi e dei vini.
Ma a un certo punto alla famiglia Gucci arriva una raccomandata di uno studio legale che, con toni severi e riferimenti a vari articoli di legge, “diffida” il signor Fabio dall’utilizzo del suo stesso cognome per il suo ristorante, minacciando cause legali e richieste di risarcimento milionarie.
Alla prima lettera ne fanno seguito altre, tutto sullo stesso tono. I ristoratori Gucci di Prato sono accusati di «nuocere al marchio Gucci», per conto del quale i legali scrivono, e di «indurre i consumatori in confusione» tra la Maison e il bistrot. In ogni caso, è la conclusione, nessun esercizio commerciale si può chiamare Gucci perché l’unica Gucci che ha diritto ad aprire negozi con quel nome è la casa di moda.
Peccato che questa non appartenga più agli eredi di Guccio Gucci da molti anni. È infatti del gruppo Kering, quello del miliardario francese François Pinault.
In sostanza, uno che non si chiama Gucci impedisce a uno che si chiama Gucci di aprire un ristorante che si chiama Gucci.

Quello che non si chiama Gucci però fattura più di 12 miliardi di euro l’anno, mentre quello che si chiama Gucci poche decine di migliaia.
Indovinate chi ha vinto?
E senza nemmeno bisogno di andare davanti al giudice, perché il colosso del lusso ha dozzine di avvocati strapagati e un’azione legale non gli costa nulla; mentre per la famiglia di Prato imbarcarsi in una controversia in tribunale voleva dire beghe infinite e spese inarrivabili. «Una causa ci sarebbe costata troppo», spiega una delle figlie. «Ne abbiamo parlato con un avvocato, poi abbiamo deciso di lasciare perdere: siamo una famiglia, non una multinazionale». E così «alla fine abbiamo optato per cambiare nome al ristorante. Peccato, ci siamo rimasti molto male».
I potenti hanno vinto, i piccoli hanno perso.
I Gucci di Prato hanno già cambiato nome al loro ristorante alla Camera di Commercio e hanno dovuto modificare anche la pagina Facebook. Stanno aspettando il cambio di nome pure su TripAdvisor. L’insegna nuova da mettere all’entrata del locale, con il nome cambiato, è arrivata giusto ieri sera.
Invito chiunque sia da quelle parti a passare a pranzo o cena al ristorante GiDoc, come si chiama adesso, in via dell’Accademia 49, a Prato.
Invito la maison Gucci, i suoi proprietari, i suoi manager e i suoi avvocati a provare un po’ di vergogna di sé.
Annunci