DI ROBERTO BECCANTINI

Scriveva per inchiesta, e non a richiesta, Oliviero Beha, scomparso oggi a 68 anni. C’è chi lo trovava «saccente» e chi no. Io no. Lo conobbi negli anni Settanta, a «Tuttosport», ci siamo ricongiunti al «Fatto quotidiano». In mezzo, tanto roba (lui): televisione, radio, giornali, libri, teatro. Altra categoria.

Non sempre mi sembrava che avesse ragione – come, per esempio, nell’inchiesta che firmò con Roberto Chiodi sulla combine di Italia-Camerun ai Mondiali del 1982- ma sempre argomentava con delle ragioni. Fiorentino, cercava il confronto: non il consenso. Ha scritto di pallone e di molto altro, da Calciopoli in su e in giù. Di doping, di Zeman, di Totti, di Berlusconi (ça va sans dire), ma anche di Gino Bartali e delle sue staffette pro ebrei: con la sua bici ne salvò almeno ottocento.
Gli piaceva andare contro. Era tutto d’un pezzo (nel senso che, quando scriveva, potevi essere con lui o contro di lui, ma non fingere di non averlo capito o accusarlo di ambiguità intellettuale). Non dava voce al potere, come succede a molti di noi: dava potere alla voce.
Detestava il Palazzo e i suoi inquilini. «Spirito libero», lo ha definito un lettore sul sito dell «Gazzetta»: due parole, un splendido ritratto. Non lo vedevo da una vita, ma continuavo a leggerlo: articoli, libri, blog. Ci sentivamo ogni tanto al telefono o per email per calibrare gli argomenti dei servizi (precedenza a lui: ci mancherebbe).
L’attrazione del (e per il) giornalismo resta fortissima, fra i giovani e i diversamente giovani. Ripeto: Beha, parlo dello scrittore, aveva un lessico forte, non dolce, paragonabile a una pedalata in salita, ma non giocava a fare lo Zorro: lo era.
La nostra Spoon River, così, si allunga. Tutti dormono sulla collina. Ciao, Oliviero.

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