DI- STEFANO ALGERINI
Definizione di inutile: “Che non serve perché superfluo”. Ecco, quale migliore sintesi per questo Fiorentina-Lazio 3-2. Una partita giocata in un piacevolissimo pomeriggio primaverile, soleggiato e allietato da un piacevole venticello di ponente carico di profumi, in cui la Fiorentina viaggia verso l’agognata fine stagione tra i cori ostili della sua curva e la “controcontestazione” del resto dello stadio fortemente filogovernativo, mentre la Lazio ha bel altro da pensare e gioca con la formazione B in vista della finale di Coppa Italia della prossima settimana.
La viola invece ha una delle mille formazioni presentate quest’anno da Paulo Sousa, questa volta si rispolvera persino De Maio per la difesa, oggetto misteriosissimo, e si preferisce Babacar a Kalinic, con l’immancabile (e impalpabile) Cristoforo a centrocampo. Ma sono valutazioni sul sesso degli angeli, perché chiunque giochi ormai manca proprio la voglia di sbattersi in cerca di qualcosa che vada al di là del timbrare il cartellino per la terz’ultima volta.
Il primo tempo è un vero e proprio inno alla “mosceria”, con la Lazio che malgrado le assenze va ad un paio di velocità più della Fiorentina ma non è che riesca a creare più di un paio di occasioni. La viola però nemmeno quelle, se si eccettua un colpo di stinco di Babacar e un tiraccio da lontano di Bernardeschi. Ma chiamarle occasioni è come dire di essersi fidanzati con Belen dopo averle strappato un selfie in mezzo alla strada.
La ripresa però è tutta un’altra storia: segna la Lazio con Keita che sfrutta la sua velocità in una metà campo difensiva viola deserta dopo una palla persa da Cristoforo sulla tre quarti avversaria. A questo punto Sousa (che non sapendo più come farsi notare da due partite è impegnato in una specie di sciopero bianco: seduto in panchina, silente e riflessivo come il connazionale Pessoa davanti al mare) decide di giocarsi tre cambi in un colpo: dentro Kalinic, Tello e Sanchez per Cristoforo, Oliveira e Chiesa.
Decisione estrema che però ha il merito di farci rivedere la “formula proibita”, cioè le due punte, cosa che il tecnico lusitano ci ha negato in ogni maniera possibile durante la stagione. E, sarà un caso eh, ma con l’area piena a volta capita che i cross trovino un compagno. Capita a Vecino, che mette una palla come tante ma che trova Babacar meno marcato del solito grazie al movimento di Kalinic, e che può pareggiare con una bella zuccata. E poco dopo è lo stesso attaccante croato a portare avanti la viola dopo un mischione risolto con un tocco praticamente a porta vuota.
Il finale vede la Lazio farsi del male prima con l’autorete di Lombardi e quindi con l’infortunio di Parolo che, ormai esaurite le sostituzioni, la costringe a restare in dieci. La Fiorentina però un finale tranquillo non lo vuole proprio vivere e quindi si fa bucare da un colpo di testa di Murgia che fa passare un ultimo quarto d’ora di passione ai tifosi viola. Però stavolta la squadra non riesce “nell’impresa” di rovinare tutto come fatto tante altre volte in stagione e quindi porta a casa la vittoria. Sul significato reale di questi tre punti però tornare alla definizione dell’inizio dell’articolo…
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