DI GIORGIO DELL’ARTI
https://alganews.wordpress.com/
Sarà contento Berlusconi: la Cassazione ha rivoluzionato il diritto di famiglia stabilendo che il calcolo per l’assegno di mantenimento non va più fatto sul tenore di vita che il coniuge più povero (in genere la moglie) ha condotto durante il matrimonio, ma in base a criteri di sopravvivenza, e sia pure dignitosa.
Cioè? Cioè? Cioè? Quando un uomo e una donna divorziano, tra i tanti problemi da affrontare ci sono anche quelli relativi ai cosiddetti alimenti. Quanto deve passare alla metà che si allontana il marito tornato libero (stiamo volutamente ignorando le sofferenze psicologiche dei due, e chiediamo scusa)? Nella legge di divorzio (898/1970) la faccenda è regolata dall’articolo 5, comma 6: «Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive». Questo testo aveva dato luogo a interpretazioni contrastanti, e ne veniva che le mogli (in genere si trattava delle mogli) venivano trattate in modo diverso da un tribunale all’altro. Così nel 2004 la Cassazione sentenziò che il criterio da seguire era quello del tenore di vita condotto dalla moglie durante il matrimonio, che il marito doveva garantire anche dopo il divorzio. Un criterio non complicato per i ricchi, ma che ha ridotto in miseria parecchi uomini dai redditi medi o medio-alti, e ha favorito la nascita di una classe di donne soprannominate «le tosatrici».
Adesso invece? Adesso invece la stessa Cassazione, pronunciandosi in merito alla causa di divorzio fra Vittorio Grilli e l’americana Lisa Lowenstein (sentenza 11504) ha negato che la Lowenstein abbia diritto ad altri soldi, e non perché goda di redditi adeguati – come si leggeva nella sentenza d’Appello, ugualmente negativa per la signora – ma perché si deve «superare la concezione patrimonialistica del matrimonio inteso come sistemazione definitiva» perché è «ormai generalmente condiviso nel costume sociale il significato del matrimonio come atto di libertà e di autoresponsabilità, nonché come luogo degli affetti e di effettiva comunione di vita, in quanto tale dissolubile. Si deve quindi ritenere che non sia configurabile un interesse giuridicamente rilevante o protetto dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale». I giudici sostengono che «il tenore di vita precedente» è un concetto che, surrettiziamente, finisce per tenere vivo un matrimonio morto. Mentre il divorzio – spiegano – deve rappresentare un distacco netto da tutto ciò che i coniugi hanno avuto in comune, compresi patrimonio e tenore di vita. Altrimenti in che risiede la «dissolubilità» del contratto?
Ma se una moglie è povera… La Cassazione sostiene che gli indici da valutare per stabilire se un assegno va corrisposto o no sono il possesso di redditi e di patrimonio immobiliare, «le capacità effettive» di lavoro personale e la «stabile disponibilità di un’abitazione». Se la moglie possiede queste cose, niente assegno. Resterà, suppongo, il contributo al mantenimento dei figli.
Questo Grilli che lei ha citato prima mi dice qualcosa. E già. Si tratta di Vittorio Grilli, ministro del Tesoro di Mario Monti e, prima, bocconiano con master e PhD alla Rochester di New York, assistente a Yale e al Birkbeck College di Londra, capo della direzione per le privatizzazioni al Tesoro, quindi Credit Suisse. Adesso vive a Londra e lavora per JP Morgan. È incappato in questa americana bella e festaiola, che già durante il matrimonio gli spillò un milione per pagare i suoi debiti personali, poi un altro mezzo milione al momento della separazione, poi continuò a tempestarlo per avere altri soldi, cause su cause, in genere perse, fino alla causa strapersa di ieri che rappresenta una specie di vendetta generale per tutti i mariti nei confronti delle loro tosatrici.
E Berlusconi? Deve aver subodorato che stava arrivando una qualche sentenza favorevole, perché a un certo punto ha smesso di pagare a Veronica il milione e quattro inflittogli in Appello dal tribunale di Monza. Veronica gli ha notificato un precetto, a cui Berlusconi è rimasto indifferente. Magari, a questo punto, ricorrerà in Cassazione e si farà restituire dalla moglie, che raccontava a Repubblica in lettere furibonde la sua antipatia per il marito, almeno una parte della montagna di soldi che le ha versato.
Annunci