DI RITANNA ARMENI
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Alcuni anni fa – mia figlia andava ancora a scuola – un’ amica mi invitò a cena. Tra gli ospiti della serata ci sarebbe stata – mi disse – una delle insegnanti di mia figlia, per l’esattezza quella dell’unica materia in cui aveva preso un’insufficienza. Pensai allora che le avrei parlato, con tranquillità, ma le avrei fatto notare che nelle altre materie andava benissimo. Sarei stata discreta, ma avrei sottolineato che ero una giornalista abbastanza affermata, anzi le avrei presentato un altro ospite della serata che era addirittura il direttore di un giornale importante e che era mio amico. Certo non avrei fatto una raccomandazione, tanto meno alcuna pressione, avrei introdotto l’argomento con leggerezza, avrei lasciato cadere una frase che doveva farle capire di non farla tanto lunga e di darle la sufficienza. Al momento di cominciare la scena mi sono sentita una stronza. Mai e poi mai avrei potuto fare quello che per un momento avevo pensato. Quando si arrivò al dolce mi capitò di parlare da sola con l’insegnante. L’argomento fu un film,non ricordo quale che a lei era piaciuto e a me no. E glielo dissi.
Mi è venuto in mente a proposito della vicenda Boschi. Chissà perché.
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