Di Andrea Provvisionato
La notte del 7 aprile scorso 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei USA stanziate nel Mediterraneo fecero a pezzi un aeroporto controllato dalle truppe fedeli ad Assad. L’accusa: La base di Al Shayratera era il luogo da cui era partito l’attacco aereo con armi chimiche contro il villaggio di Khan Sheikhoun che provocò oltre 80 vittime. I giornali italiani di quei giorni titolavano più o meno tutti nella stessa maniera: Corriere della Sera: “I missili di Trump sulla Siria”, La Repubblica: “La prima guerra di Trump”, La Stampa: “Trump-Putin, duello sulla Siria”, Il Messaggero: “Trump, missili sulla Siria. Lampi di guerra con la Russia”. E lo stesso facevano i giornali stranieri. El Pais: “Gli Stati Uniti attaccano per la prima volta in Siria”, Le Figarò: “Braccio di ferro tra Trump e Putin dopo l’attacco Usa”. E soprattutto il The Wall Street Journal, quello che Trump legge ogni mattina per primo: “L’attacco che infiamma i rapporti con la Russia”.
E le analisi degli esperti erano unanimi: Trump aveva abbandonato la sua politica isolazionista. Innalzando improvvisamente le tensioni con la Russia. I più catastrofisti parlavano apertamente di “terza guerra mondiale”. Eppure a distanza di più di un mese da quegli eventi siamo ancora tutti qui. E di quelle tensioni tra Putin e Trump poco se ne parla. Non che quelle tensioni non esistano più, anzi. Sono semplicemente sparite dai titoli dei giornali e dei telegiornali di tutto il mondo. Sono fuori dal radar dell’opinione pubblica mondiale.
Tra dicembre e gennaio di quest’anno Trump era finito nella bufera per il Dossier Russia. Cioè le carte in mano ai servizi segreti americani in cui si documentava che la Russia aveva avuto un ruolo nella recente campagna elettorale americana. Sfavorendo nella corsa alla Casa Bianca la Clinton e favorendo lo stesso Trump. Una vicenda che imbarazzava non poco il neo inquilino del 1600 di Pennsylvania Ave NW. A queste accuse si aggiungevano le notizie di interessi dell’impero Trump in Russia. Il New York Times raccontava di un viaggio di Trump a Mosca nel 2013, di sontuose cene a base di wodka e caviale in compagnia di oligarchi russi. E presentava addirittura un video a luci rosse a sostegno del racconto che ritraeva Trump in compagnia di alcune disinibite ragazze moscoviti. Poco più che gossip, ma che colpiscono Trump come una lama nel petto. Dopo la sua elezione il Paese è spaccato a metà e le notizie di festini a luci rosse e le strette di mano con milionari russi, non piacciono al suo elettorato cattolico e conservatore.
Trump allora corre ai ripari. Da uomo da Reality Show qual è, sa che non può far disaffezionare troppo il suo pubblico, altrimenti quelli lo possono cacciare fuori dalla “casa”. E allora parte subito al contrattacco. Inizia da prima un affondo contro la stampa. Accusata di essere bugiarda e di lavorare contro di lui. Ma anche contro la Russia. Un continuo prendere le distanze da Putin. Dalla sua politica in Siria e nel mondo. Un affannarsi a smentire qualsiasi legame delle sue società con uomini d’affari russi.
Ma qualcosa non funziona. Nel mese di Febbraio il Dossier Russia si è complicato e sempre di più occupa le prime pagine di giornali e telegiornali. Il suo consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn è costretto alle dimissioni. L’ FBI e servizi di intelligence avrebbero avuto le prove di un incontro avvenuto nel novembre del 2016, in piena campagna elettorale americana, tra lo stesso Flynn e l’ambasciatore russo a Washington. Durante l’incontro, secondo quanto riportato dai Federali, il braccio destro di Trump avrebbe promesso un ritiro delle sanzioni contro Mosca in caso di elezione del suo capo alla casa Bianca.
Nella sua prima conferenza stampa lunga da Presidente degli Stati Uniti, Trump è sulla graticola. È evidentemente nervoso. Oltre ad una serie di soliti attacchi contro la Stampa, sempre più sconclusionati: “Prendete per esempio CNN. Tutti i servizi sono brutti con me, un servizio dopo l’altro. Ma io ho vinto. Ho vinto”. E concludendo: “Tono. Vedo il tono. Conoscete la parola tono. Il tono è un tono di odio. Io non sono una cattiva persona, tra l’altro. No, ma il tono è così… dovete ammettere almeno che vi faccio fare dei grandi ascolti. Ma il tono è così odioso”. Trump è costretto a rispondere alle domande dei giornalisti sull’affaire Flynn: “Non ha fatto niente di male. È stato sbagliato il modo in cui altre persone, tra cui voi, hanno fatto con quelle informazioni su di lui. Perché quelle informazioni sono circolate illegalmente. La cosa buona è che finalmente la gente sta capendo che è un grave problema, questa circolazione illegale di informazioni riservate. Per esempio, ho chiamato il Messico. È stata una telefonata molto riservata, ma ho chiamato il Messico, e chiamando il Messico mi sono detto, oh, che bello, ho parlato col presidente del Messico, abbiamo fatto una bella chiacchierata, e all’improvviso tutto il mondo sa cosa ci siamo detti. Doveva essere un segreto. Lo stesso vale con l’Australia. Lo stesso vale con Flynn”. Ma per quanto tenti disperatamente di attribuire tutta la colpa alla stampa alla fine il Presidente è costretto ad ammettere: “Beh, le informazioni che trapelano sono vere. Voi siete quelli che ne hanno scritto. Quelle informazioni sono vere, sapete cosa dicono, le avete viste e sono assolutamente vere. Le notizie sono false perché tantissime notizie sono false”. Trump esce distrutto da quella conferenza stampa.
Ormai non si parla più di Dossier Russia, ma apertamente di Russiagate. E quando c’è un “gate” come suffisso a una parola nei titoli dei giornali, per i presidenti americani non si mette per niente bene. E Trump lo sa. Da giocatore di reality show sa che sta perdendo “follower”. Deve rimediare o alla prossima “nomination” è fuori.
A marzo il Russiagate occupa ancora le aperture di tutti i telegiornali americani. Il 20 marzo James Comey , direttore dell’FBI, in un’audizione di fronte alla Commissione Intelligence della Camera conferma: “Stiamo indagando sui tentativi del governo russo di interferire sulle elezioni”. Specificando che il Dossier è stato aperto nel luglio 2016. Non è usuale per un capo di un servizio di intelligence confermare di fronte a una commissione di politici l’esistenza di un’indagine. E infatti tiene a specificare di aver ottenuto l’autorizzazione a parlare: “Ho ricevuto l’autorizzazione del dipartimento di Giustizia per confermare che l’Fbi sta indagando sui tentativi del governo russo di interferire nelle elezioni 2016 e su qualsiasi legame possibile con la campagna di Trump”.
Insomma ci siamo. Siamo alla resa dei conti. La “nomination” settimanale è alle porte. Da una parte c’è Coomey, direttore dell’ FBI. Come rappresentante di tutto un establishment americano, che nei pensieri di Trump è rappresentato dalla stampa e dalla vecchia politica. E dall’altra il presidente degli Stati Uniti. Trump sa che sta giocando in difesa. Ormai il suo urlare che è tutto falso, che la stampa è bugiarda ha poca presa sul pubblico. Trump da uomo da reality show qual è, sa che ormai è all’ultima puntata.
E poi all’improvviso il colpo di scena. Un bombardamento in Siria. Gas, si parla di gas. I telegiornali americani non parlano più di lui. Sui mega schermi nei salotti americani non c’è più quella faccia brutta e poco televisiva di Comey. Ci sono morti. Tanti morti. E tanti bambini. Tanti bambini morti. Il pubblico chiede di fare qualcosa. E Trump sa cosa fare. 59 missili sulla base aerea di Assad. Alzare la voce con i russi. Tante prime pagine con la sua foto e quella di Putin a muso duro. La settimana seguente l’attacco Trump invia Tillerson a Mosca. L’incontro tra il segretario di Stato americano e il ministro degli esteri russo Lavrov passerà alla storia come uno dei più tesi dalla fine della guerra fredda. E sembrerà proprio Tillerson il più ostile tra i due. Ormai in patria nessuno si azzarderà a dire che Trump è amico dei russi.
E arriva il giorno della “nomination”. Il pubblico è tutto per Trump. Il povero Comey deve lasciare la casa. L’11 maggio scorso il direttore dell’FBI è stato infatti licenziato da Trump. Il presidente ha vinto e ha diritto ad un’ altra settimana nella casa. Le tensioni con la Russia possono sparire dai giornali. Oggi si parla di Nord Corea.
Sarà questo il futuro? La politica del Reality show? Da oggi in poi bisognerà leggere tutto come se fossimo nella Casa del Grande Fratello? Perché se questo può funzionare per Trump e per un’opinione pubblica tele dipendente come quella americana, non so quanto funzioni su una cultura come quella Nord coreana o confrontandosi con la tradizione russa. E alla prossima “nomination” potrebbe vincere la guerra.
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