DI GIOVANNI BOGANI
Si scrive, si corre, come se fosse tutto lì. E non ci si ferma a pensare. Si corre, si parte per Cannes, si cerca di strappare un accordo con un sito web, una collaborazione, qualunque cosa per tirare su due lire. E ci sembra che la vita sia questa, arrabattarsi e correre, e tutto il resto lo lasciamo per strada. Anche le persone, qualche volta. Sfiniti, come siamo, a fare i dattilografi.
Giovanna Arrighi la incontravamo ai festival, o alle anteprime. E ci sembrava scontato che ci fosse, che ci sarebbe stata anche la prossima volta. La incontravo, in fila per il film, o in fila per qualche aperitivo della Settimana della critica, delle Giornate degli autori, dei Pomeriggi dei Distributori, degli Aperitivi dei Produttori. Andavamo dappertutto, dove ci fosse la promessa di un minuscolo premio. Lì, fra una maratona di film e un digiuno, riuscivamo ad abbeverarci, come uccelli migratori sfiniti, contenti di potersi appoggiare su un ramo, anche se esile.
Esile era Giovanna, con le gambe magrissime, i capelli corti, il sorriso sempre pronto. Aveva l’innocenza, l’entusiasmo, a volte l’ingenuità, di una bambina. Per lei il cinema voleva dire davvero amare i film, e vederli, con un senso di meraviglia, come quando ci portavano al cinema da bambini. Tutto il resto, i giochi di potere, gli scambi di favori, quelle cose che ti fanno arrivare in un posto più tranquillo, un pochino più comodo, Giovanna non le conosceva.
Anche nel nostro mondo, il mondo di quelli che amano il cinema, c’è chi va in Limousine e chi va in bicicletta. Ecco, lei andava in bicicletta.
E andando in bicicletta, si guardava meglio il panorama, cioè i film. I film erano ancora, per lei, qualcosa da guardare con meraviglia, con gratitudine. Lei distingueva, molto chiaramente, la Mostra di Venezia di Muller da quella di Barbera, e quella di Barbera da quella di Laudadio, o di Pontecorvo. Ma non perché fosse amica di uno o nemica dell’altro: perché riusciva a distinguere, con chiarezza, il complesso di film di un festival e dell’altro. Io, per dire, non ci riesco. Infilato in un ingranaggio stile “Tempi moderni” di Chaplin, riesco solo a vedere il prossimo bullone da avvitare. Non riesco a vedere il quadro tutto intero.
Con Giovanna ho parlato migliaia di volte. E non ricordo di averla mai sentita parlare male di un collega. Non era nella sua natura. Non immaginava mai un motivo vile, un interesse personale, dietro una stroncatura di un film. Non immaginava mai che la gente facesse qualcosa per convenienza. Aveva ancora, tutto intero, il candore di una bambina, per la quale le cose si fanno per amore della verità, e non per altro.
Noi, precari dell’informazione cinematografica, siamo come uccellini che saltabeccano intorno alle briciole di soldi che giornali e siti web ci permettono di mangiare. E allora, ai festival, siamo un po’ elementi del paesaggio, siamo invisibili. Così, è difficile dire dove vedevo Giovanna. Di sicuro al bar Maleti, al Lido di Venezia, l’unico posto dove i panini costano un po’ meno, e puoi rimanere fino alle due di notte. La vedevo a chiacchierare con Ugo Brusaporco, cultore di film e di grandi vini, o con Erfan Rashid, giornalista curdo, in Italia da una vita, ma che ha ancora la calma e la signorilità di un pascià persiano.
Quando ci incontravamo, si parlava spesso della Toscana, la sua e la mia. La sua sapeva di mare: era nata a Pisa, cresciuta a Viareggio. C’è sempre qualcosa di diverso, in chi è cresciuto col mare davanti. C’è sempre, nella memoria, un po’ di vento e un po’ di sole.
Giovanna è morta da sola. Un collega della Stampa estera si è preoccupato, non la sentiva da giorni. I Vigili del fuoco hanno aperto, l’hanno trovata in terra. E non sapremo mai se Giovanna è rimasta minuti, o ore, lì in terra, cercando un aiuto che non è arrivato. A pensarci bene, è uno dei più tragici effetti collaterali di un mestiere per sua natura solitario, quello di scrivere, da free lance. E in questo perenne, compulsivo cercare di fare, di guardare, di scrivere, ci si dimentica di sé, e degli altri.
Però, almeno, spero sia stato bello, per te, stare dentro questo immenso e scombiccherato Carnevale di Viareggio ambulante che sono i festival di film. Con il loro contorno di tramezzini e parole scritte in fretta, pensando che non è doloroso scrivere, pensando che sia una cosa lieve. E intanto la vita passa. Si vive, tutti, come se i giorni davanti a noi fossero sempre un fantastiliardo. E invece non è così.
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