DI FAUSTO PELLECCHIA

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Quando incontro i miei compagni di gioventù, ormai tutti sessantenni – diventati a loro volta padri e madri di ragazzi in cerca di lavoro o di definitiva fuoriuscita dalla precarietà- ci capita spesso di essere assaliti dalla nostalgia del reduce. Rievochiamo la nostra giovinezza come un’ultima “felix aetas”: tutti noi avevamo in mente precisi traguardi da raggiungere nella vita adulta, e, soprattutto, avevamo la quasi certezza, se non di poterli varcare, almeno di avvicinarci progressivamente ad essi, sia pure al prezzo di sacrifici e di faticoso impegno. Lo studio, la scuola e l’Università costituivano i volani essenziali dell’ascensore sociale sul quale ci apprestavamo a salire, con la speranza di un destino decisamente migliore di quello toccato in sorte ai nostri padri.
Negli ultimi trent’anni, il quadro nel quale si delineano i progetti e i concreti orizzonti di vita delle giovani generazioni è radicalmente mutato. La lunga crisi che sta attraversando l’assetto socio-economico plasmato dalla globalizzazione capitalistica e dal culto del libero mercato ha imposto, dietro le parole d’ordine della “flessibilità”e della “mobilità”, uno stato diffuso di precarietà esistenziale, in cui domina lo spettro della disoccupazione e dello sfruttamento a oltranza. La cifra complessiva dei progetti di vita delle giovani generazioni è diventata l’incertezza e la strutturale assenza di garanzie. Di qui una profonda mutazione antropologica che ha coinvolto la mentalità e gli stili di vita dell’universo giovanile.
Un aspetto sul quale la ricerca sociologica si è spesso concentrata è la forte centratura sull’immediatezza del presente dei progetti di vita dei giovani. Pragmatismo, sperimentalismo e realismo -elevato fino al disincanto e al cinismo- sono alcune delle etichettature che hanno contraddistinto la riflessione sul rapporto tra i giovani e il loro progetto di vita. La maggior parte ha dovuto apprendere la difficile arte della rinuncia preventiva: piuttosto che stabilire obiettivi fissi e irreversibili, si è appreso a navigare a vista, adottando cioè modelli di pianificazione che mettono in relazione quotidianamente obiettivi ultimi e scelte immediate e concrete, in un gioco di interazioni complesse tra livelli e contesti di progettazione del presente e del futuro. La definizione di mete precise, o almeno di traguardi di prospettiva, saldamente connessi ai propri valori di fondo, dai quali far scaturire pratiche di vita quotidiane, appare ormai come un’utopia fuorviante o un “lusso dello spirito” per ceti privilegiati.
Gli stili di vita risentono sempre più di questa forte tensione tra omologazione e differenziazione, tra appartenenza e singolarità. È un fenomeno legato al consolidarsi delle pluri-appartenenze a contesti differenziati (famiglia e relativi circuiti di conoscenti, associazioni di volontariato, gruppo amicale ecc.) dentro i quali i giovani sembrano esprimere l’esigenza di personalizzazione delle scelte e il desiderio di autonomia, contenendoli tuttavia nella condivisione di alcuni codici di comunicazione omogenei (rispetto ai consumi, alle mode, alle attività del tempo libero ecc).
Di qui, il forte ridimensionamento del ruolo della scuola e dell’università, e, conseguentemente, del valore dello studio e della ricerca, della costanza dell’impegno individuale e delle motivazioni ad esso sottese, alle quali un tempo era legata la concreta progressività degli obiettivi. A tutto questo, anche nei giovani più dotati e talentuosi, si sostituisce l’attesa dello “stroke of lucke”, dell’occasione propizia, che permetta di dispiegare un insperato “colpo d’ala” risolutivo, fidando sulle risorse familiari o sulla trama di promettenti relazioni interpersonali, da intessere e coltivare ossessivamente: una ricerca di esperienze e di opportunità da cogliere al volo, senza la prospettiva di prepararsi alla vita adulta, i cui confini, del resto, appaiono ormai fortemente indeterminati. Si è infatti consolidata una sorta di “giovanilismo” perenne, anche ad opera della privatizzazione e della parcellizzazione degli stessi percorsi di formazione, frantumati e dispersi in un pulviscolo di onerosi masters e di stages aziendali, tanto allettanti quanto disparati e illusori.
Il progetto di vita sembra così sottomettersi alle funzioni del calcolo probabilistico che regolano l’ambito delle scommesse. Che dalle ripetute frustrazioni connesse ad un tale atteggiamento derivi la crescita esponenziale di abitudini degenerate come l’alcolismo, le tossicodipendenze e il diffondersi delle ludopatie, è pressoché inevitabile. Viene meno la sequenzialità e la linearità dei percorsi e delle identificazioni che contraddistinguevano, nella generazione precedente, i passaggi d’età. La provenienza sociale e soprattutto le caratteristiche della famiglia d’origine stabiliscono diversità di opportunità e di risorse per dar corso concretamente a progetti di vita; il genere, l’età, le caratteristiche specifiche del contesto di appartenenza stabiliscono ulteriori condizioni e differenziazioni, sganciate dalla condivisione di istanze sociali e politiche comuni.
A noi, giovani del secolo scorso, che fummo felicemente “fulminati” dalle utopie del ’68, resta forse solo un compito resistenziale: il tentativo di arginare gli effetti dell’olocausto socio-culturale che minaccia di annientare la residua capacità progettuale dei nostri figli e nipoti, sotto una coltre di cinismo e di velleitaria, disperata caccia al “successo”. E, finché sarà possibile, indennizzarli dei danni prodotti da un “progetto di vita” che sempre più si confonde con l’effimero spettacolo di un talk show.

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