DI LUCA SOLDI

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Scesero in silenzio, in quelle catacombe, per celebrare una messa e quando risalirono niente fu più uguale.
Quella di cui facevano orgogliosamente parte, però non era una congregazione segreta, neppure un covo di cospiratori. Niente di tutto questo. Ma “pericolosi” lo sono stati tutti. Erano vescovi, pastori pronti a rilanciare, in primi a loro stessi, la forza dirompente del “messaggio”.
In quei tempi al collegio belga di Roma si riunivano regolarmente in gruppo, di una cinquantina circa, autodefinitosi della «Chiesa dei poveri». Riflettevano e dibattevano sul tema della povertà nella Chiesa. Questo loro ritrovarsi però non lasciava indifferenti i vertici più ortodossi della curia romana. Destavano preoccupazione. Il vento di rinnovamento portato da Papa Giovanni XXIII aveva divelto molte certezze, cominciato ad abbattere quel muro che teneva a debita distanza dal popolo, ma la strada da fare era era ancora molta. Il tema era stato anche lanciato dal Papa “buono” in quel rivoluzionario Concilio Vaticano II che però non riuscirà a portare a termine.
Colui che andrà a succedergli nel pontificato, Paolo VI, figura di altissima e profonda cultura, non troverà molto a piacere che proprio al Concilio si vada a parlare troppo della Chiesa dei poveri. La sua preoccupazione era legata alle facili strumentalizzazioni di quella politica che approfittando del varco, avrebbe potuto insinuarsi e minare alla radice la Chiesa. Ma Paolo VI sapeva anche bene che molto di tutto ciò che circonda e’ “politica”. Il tormento interiore che traspariva dal semplice sguardo al suo volto, che lo affliggeva intimamente, avrebbe portato all’attenzione.E lui, come del resto su molti dei temi, non si sarebbe mai permesso di non affrontare l’argomento. Avrebbe rimandato tutto a più avanti, lanciando un’enciclica che porterà il nome di Populorum progressio. Il tempo delle “Catacombe”, comunque, non gli sembrava maturo a certe aperture. Fu allora che quel gruppo ormai pienamente riconosciuto nella «Chiesa dei poveri» decise di prendere l’iniziativa di formalizzare il senso della loro condivisione. E tutto divenne concreto, quel giorno mentre scendevano, insieme, nel cuore di Roma, nelle Catacombe di Domitilla. Il loro esempio, il sentiero aperto da loro avrebbe poi portato alla nascita della Teologia della Liberazione. Conclusa la celebrazione, quaranta di loro, vollero suggellare il momento con un impegno che riportava indietro nei secoli con quello che poi fu conosciuto come il Patto delle Catacombe: «Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrissero quei 40 vescovi quel 16 novembre 1965, proprio durante la fase finale del Concilio Vaticano II. Non solo lo firmarono sottoscrivendolo in modo chiaro, suggellando così l’impegno comune ad una vita non fatta più di sola esteriorità, ma si posizionarono così al lato opposto di un’altra Chiesa, quella che dall’alto, domina, giudica ed allo stesso tempo rimane immersa nei beni materiali. Fra coloro che presero parte attiva al “Patto”, era partecipe il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli, poi ucciso durante gli anni della dittatura, e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscriveranno quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà materiali da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’era anche mons. Luigi Bettazzi, oggi di 93 anni, vescovo emerito di Ivrea, l’unico sopravvissuto di quel gruppo, ma anche dei padri conciliare, all’epoca vescovo ausiliare del cardinale Lercaro a Bologna.Lo stesso Bettazzi che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Berlinguer, per l’impegno a favore della Pace. E sarà proprio lui a prendere parte fra pochi giorni a Prato, alla Parrocchia di Mezzana, ad un importante incontro dedicato alla Chiesa “in uscita”, di cui Papa Bergoglio si fa autorevole portatore. Un incontro che parte da quel “Patto” e si snoda per oltre mezzo secolo di impegno. Una vita dedicata al popolo della Chiesa, al ritrovare la radice del Vangelo. Percorrendo la biografia, scopriamo che nasce il 26 novembre del 1923, a Treviso. A 23 anni arriva l’ordinazione sacerdotale, da prete bolognese, come presbitero nel ’46. Le sue sensibilità e le indubbie capacità lo porteranno a diventare vescovo il 10 agosto del 1963, ordinato da parte di Paolo VI, ricoprendo l’incarico di vescovo ausiliare di Bologna. Arriverà poi l’ingresso, terminato il suo impegno nel Concilio, ad Ivrea dove resterà alla guida della chiesa dal 1966 al 99. Forte l’impegno per la Pace tanto da diventare e restare fino ad oggi punto di riferimento a livello internazionale. Nel 1968 ricopre l’incarico di presidente di Pax Christi. Al fianco di Monsignor Antonio Bello, participerà, nel 1992, alla famosa marcia nel mezzo della guerra di Bosnia, a favore della bellezza della pace, contro quello squarcio nel cuore della civile Europa che provocò così tanta morte e distruzione.
Ma Bettazzi, ancora oggi, alla sua veneranda età, non rinuncia al suo impegno e continua a far sentire la sua presenza per la Pace come ha fatto anche lo scorso 31 dicembre per la tradizionale marcia della Pace che quest’anno lo ha visto protagonista a Bologna al fianco di monsignor Zuppi.
Famose le prese di posizione, in anni più complessi, contro le spese militari ed a favore dell’obiezione di coscienza.
Decisamente “scomode” le scelte di vicinanza, ai DICO, nel 2007, per le unioni civili. Come famoso diventerà, andando indietro negli avvenimenti della storia del Paese, quando nel pieno degli anni di piombo, l’impegno per la liberazione di Aldo Moro, dal rapimento delle Brigate Rosse, quando andrà addirittura ad offrirsi in cambio dello statista. Ma è nel Concilio Vaticano II che Bettazzi delinea la sua visione di una Chiesa aperta, in “uscita” verso il mondo, oltreché povera. E’ lì che gli viene disegnato addosso il titolo di figura scomoda che trovano compimento come accennavamo quando si trovò ad intrattenere uno scambio di lettere con il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer che lo misero sotto osservazione anche da Giovanni Paolo II. Tornando al tempo del Concilio, Bettazzi prese la parola al posto del Cardinale di Bologna, Lercaro, al quale era stato vivamente consigliato di non esporsi troppo al fuoco dei conservatori e presento’ il famoso discorso sulla collegialità ( il 11/10 del 1963). Bettazzi espresse, sostenuto da altre grandi figure del mondo in “uscita”, fra le quali appunto Lercaro che lo stimoleranno e lo faranno loro portavoce anche in altre occasioni, riuscirà ad esprimere con vigore la necessità di non attenuare il potere del Papa ma, con una maggiore collegialità, aiutarlo nel suo cammino per garantire ancora di più, la solidità della sua guida. Un modo per proporre una chiesa non più vista come monarchia assoluta. Dunque la fine per sempre della figura del Papa re.Una vera “bomba” nel consesso che avrebbe tracciato il cammino lungo, di decenni, faticoso che avrebbe fatto approdare al naturale approdo dell’attuale pontificato di Francesco Per completezza della figura, inseriamo di seguito il testo del Patto ed il lungo elenco dei sottoscrittori che ne fecero scelta di vita e testimonianza.
Il testo del Patto
« Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue: Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende.
– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Né oro né argento. Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative.
– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli.
Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre.
– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi).
– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale.
– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro.
– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti.
– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio.
– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: – a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
– a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: – ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro; – formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo; – cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; – saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione.
Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.
Aiutaci Dio ad essere fedeli. »
E dopo il testo ecco l’elenco dei firmatari del Patto:
François MARTY (1904-1994) – Arcivescovo di Reims (1960), FRANCIA
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, SPAGNA
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999, n. in Francia) ­– Vescovo di Dali (Tali), CINA
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di Rennes, FRANCIA
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975, n. in Francia) – Vescovo di Port Victoria, SEYCHELLES
Barthélémy-Joseph-Pierre-Marie-Henri HANRION, Frati minori (1914-2000, n. in Francia) – Vescovo di Dapango, TOGO
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991, n. in Francia), Vescovo di Laghouat, ALGERIA
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980, n. in Belgio) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), CINA
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968, n. in Italia) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, GRECIA
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973, n. in Belgio) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, RD CONGO
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984, n. in Olanda) – Vicario apostolico del Borneo olandese, INDONESIA
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória ES, BRASILE
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, COREA DEL SUD
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira PE, BRASILE
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, ARGENTINA
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, ARGENTINA
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, INDIA
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, CUBA
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, INDIA
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , CINA
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980, n. in Francia) – Vicario apostolico di Eliopoli, EGITTO
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, INDIA
Gérard-Marie CODERRE (1904-1993) – Vescovo di Saint-Jean-de-Québec, CANADA
Luigi BETTAZZI (n. 1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), ITALIA
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem (1949), INDIA
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970, n. negli Usa) – Vescovo di Xuzhou, CINA
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro RJ, BRASILE
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, GERMANIA
Georges-Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975, n. in Francia) – Vescovo di Pala, CIAD
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975, n. in Belgio) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, INDIA
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, INDIA
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000, nato in Belgio) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, DOMINICA
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu SP, BRASILE
Adrien-Edmond-Maurice GAND (!907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille (1964), FRANCIA
George HAKIM (1908-2001, n. in Egitto) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), ISRAELE
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife PE, BRASIL
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj (-Modrus), CROAZIA
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979, n. in Francia) – Vescovo di Gibuti, GIBUTI
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús CE, BRASILE
Charles-Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, BELGIO

 

 

 

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