DI CARLA VISTARINI

Ieri ho rivisto un amico che tornava da lontano, appuntamento a un bar da queste parti. Sono arrivata prima, come spesso mi succede, e mi sono seduta a un tavolino sotto un albero. Sì, perché la fortuna di questo piccolo bar è di affacciarsi su una strada alberata. E poiché le attese solitarie sono uno dei grandi doni della vita, ho avuto tempo per pensare, guardarmi intorno, sentire il leggero chiacchierare di tre amiche dal tavolino di fianco, respirare il venticello di scirocco che portava con sé pulviscolo di polline e Africa; leggere su una lavagna storta “estratto di melograno fa bene alla salute euro 4” scritto a caratteri fieri di tanta offerta. E infine notare, seduta a un tavolino poco più in là, una creatura luminosa. Era un signore molto anziano, vestito dimessamente, con degli strani pantaloni alla zuava e le pantofole, senza calze, con quelle caviglie bianche e stanche che hanno camminato tanto e portato il peso di tanti ricordi. Aveva, questo signore, uno sguardo azzurro e la grazia della gentilezza che emanava intorno a lui come un’aura sacra. Si rivolgeva alla cameriera come a una principessa, rigraziandola con un sorriso affettuoso e felice. Felice di essere lì, di prendere un caffè, di poter ringraziare qualcuno semplicemente perché esiste e, anche se solo per un istante, si occupa di lui. Lo vede, lo riconosce. La ragazza ricambiava con sbrigativa benevolenza, materna nonostante i suoi vent’anni. Poi è arrivato il mio amico, ci siamo salutati, era tanto che non ci vedevamo, e un istante dopo quel signore non c’era più. E’ stato un attimo di assenza, quasi di malinconia. La perdita di qualcosa che non si è fatto in tempo a trattenere. Forse quella gentilezza affettuosa e sincera. Così rara. Quella gentilezza che è la santità dei laici.

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