DI FRANCESCO ERSPAMER

 

 

La rivoluzione non si può fare, ormai lo sanno tutti; chi ancora la sognasse sarebbe guardato con compatimento persino da coloro che passano la giornata a lamentarsi del mondo e del governo e spesso ne hanno motivo. Ma anche criticare le nuove tecnologie che tolgono lavoro e peggiorano la qualità della vita è impossibile; vanno accettate in blocco, fideisticamente, per non essere accusati di essere luddisti o nostalgici e subito rottamati. Altrettanto inaccettabile opporsi alla globalizzazione e alle privatizzazioni, alla distruzione dell’ambiente e delle tradizioni, al consumismo compulsivo, alle migrazioni incontrollate, alla banalizzazione del sapere, alla disinformazione mediatica, alla crescita democratica e al mito della crescita economica, all’omogeneizzazione culturale e linguistica (gli anglicismi utilizzati per contrabbandare contenuti estranei), allo strangolamento del piccolo commercio e delle piccole imprese. Essere vincenti significa ostentare un ottimismo cieco e senza ripensamenti, anzi, significa pensare il meno possibile, adagiandosi senza incertezze nel flusso di un’attualità priva di memoria; essere vincenti significa cavalcare le magnifiche sorti e progressive rinunciando ad analizzare motivazioni e conseguenze, con l’incoscienza della gioventù ma non di tutta la gioventù, solo quella irresponsabile, quella che crede davvero di essere eterna, quella che obbedisce agli ormoni invece che alla ragione e all’esperienza.
Non sto facendo un discorso astratto, al contrario. È inutile domandarsi cosa fare in concreto per cambiare il paese e il mondo se prima non ci si affranca dai condizionamenti mentali del liberismo, quotidianamente spacciati, come una droga, dai suoi media e dai suoi intellettuali, cattivi maestri di rassegnazione. Nessuna reale azione politica contro il neocapitalismo sarà mai possibile se innanzi tutto non ci si libera da questa tossicodipendenza nei confronti di presunte necessità storiche, destini manifesti, inesorabili futuri annunciati da sondaggi e sondaggisti. Niente è davvero scritto, niente è inevitabile e ciò che saremo o lasceremo alle future generazioni è esattamente ciò che avremo deciso di essere e di lasciare. Piegarsi ai potenti, accettare passivamente la loro propaganda, diventare insomma conformisti (una parola passata di moda nell’età del conformismo totale) non è pragmatismo e neppure una rinuncia a scegliere; è una scelta precisa, la scelta peggiore, la scelta della viltà.
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