DI SILVIA GARAMBOIS

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Soffocati e storditi dalla retorica sulla mamma. Quest’anno le hanno tirato davvero la gonnella da tutte le parti, con buoni sentimenti versati a iosa in modo strumentale.
La mamma. Inesauribile come consumatrice, a cui si rivolgono da tempo immemore pubblicitari e esperti di marketing d’assalto, è stata “scoperta” anche dalla politica, bacino straordinario di voti che fin qui era stato lasciato a sé stesso (se non nelle campagne per la famiglia, ma comunque sempre in modo traverso). Con un risultato imbarazzante: come se le “mamme” italiane non se ne fossero occupate mai di politica, anche solo dalla Costituzione in poi. Una cesura culturale dura a morire tra l’esser donna e cittadina e l’esser mamma. E il movimento femminista non ha preso bene il colpo di spugna sulla storia delle donne.
Al di là della facile lacrimuccia (echeggiano immortali le note di Claudio Villa in “Mamma, solo per te la mia canzone vola”), il richiamo alle mamme è cosa seria. L’allarme nazionale è scattato per l’irrefrenabile calo della natalità, e tra una gaffe e l’altra (come la campagna “La bellezza non ha età, la fertilità sì”) il governo ha messo in piedi una serie caotica di misure economiche di contrasto.
Quest’anno, indipendentemente dal reddito (industriale o disoccupata, nulla importa) le neo-mamme hanno diritto a un bonus di 800 euro (il via alle richieste solo il 4 maggio, causa ritardi Inps nell’allestire piattaforma e moduli, 90mila domande solo nella prima settimana). C’è il “bonus nido” in dirittura d’arrivo (Inps dovrebbe comunicare a giorni come si ottiene): 90 euro al mese, ma chi lo avrà non può poi chiedere ulteriori detrazioni fiscali. Ancora, i “voucher baby sitter” (sopravvissuti all’abolizione del voucher), per chi rinuncia nei primi mesi di nascita dei figli all’astensione facoltativa dal lavoro (600 euro per 6 mesi, 3 mesi per le lavoratrici autonome). Soldi a pioggia – anche se le misure sono alternative – di grande effetto, comunque ben venute, ma che non intervengono in modo strutturale nei bilanci e nell’organizzazione familiare.
Si aggiunge anche la questione del congedo obbligatorio per i papà: 4 giorni nel 2018. Sarà anche un segnale, ma piccolo-piccolo che quasi non si vede, che non sgrava di una sola pappa le neomamme.
Fatte tutte le somme e le sottrazioni, il risultato resta che il lavoro di cura pesa come sempre sulle spalle delle donne, e quando i figli lasciano il nido addio anche a bonus e voucher.
È questa la strada giusta per consentire alle donne di restare al lavoro, di fare (persino!) carriera? Sono davvero “incentivi” alle giovani coppie? O si scava sempre più il solco tra chi è garantito e quindi avrà pieno beneficio, e chi garantito non è, e quindi dovrà rifare molte volte i conti (e forse rimandare ancora)? I sindacati – Cgil, Cisl e Uil insieme – lo hanno ben chiaro: “Sulle famiglie si è aggravato il carico educativo, assistenziale e di cura – hanno scritto in una nota -. Non bastano più misure parziali o interventi transitori, vanno promosse politiche organiche e durature per ridare fiducia alle famiglie italiane, destinando maggiori risorse finanziarie, ma anche riorganizzando e ripensando il nostro sistema di welfare sociale e con adeguate politiche per la creazione di nuovi posti di lavoro”.
In questi giorni c’è anche chi ha fatto un giochino – molto rilanciato dai giornali, che lo hanno preso sul serio – per vedere quanto “vale” il lavoro di mamma. Risultato: 3mila e 34 euro netti al mese, tra il lavoro di colf e quello di autista, le ore di ripetizione e quelle da “chef”, e poi lavanderia, stireria, varie ed eventuali. Insomma, ne siano fiere…
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