DI CHIARA FARIGU

Tempo scaduto per l’Italia per mettersi in regola con i siti di sversamento. Anzi decisamente fuori tempo. E l’Europa, stufa di avvertimenti che il nostro Paese non si perita di ascoltare né tantomeno di mettere in pratica, ha deciso di passare alle vie di fatto. E non con l’ennesima sanzione ma con un provvedimento ben più duro: il deferimento alla Corte di Giustizia per inadempienza.
Di che si tratta è presto detto. Tutto ha inizio nel 2001 quando viene aperto un procedimento per le infrazioni dell’Italia alla direttiva europea sui siti di smaltimento. La quale stabiliva che le discariche operative avrebbero dovuto adeguarsi alle normative vigenti entro e non oltre il 16 luglio 2009, in caso contrario chiudere. Nonostante il lasso di tempo più che ragionevole per la messa a norma, e i continui solleciti divenuti poi moniti da parte della UE, lungo lo Stivale risultano ancora attivi ben 44 siti fuorilegge. Da qui la denuncia davanti alla Corte di Giustizia. Il dito della UE è puntato soprattutto sui alcune discariche ubicate in Friuli, Liguria, Abruzzo, Campania, Basilicata e Puglia.
Ma non è tutto. A non essere a norma sono anche le reti fognarie di molte Regioni relative a circa 18milioni di italiani ed i sistemi di raccolta delle acque reflue in numerosi centri urbani con più di 2mila abitanti. Un sistema, insomma che fa acqua da tutte le parti. A pagarne le spese, come sempre, i cittadini, sia in termini economici che di salute

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