DI ALBERTO CRESPI

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Il festival di Cannes comincia oggi , con il film di Arnaud Desplechin, e  comincerò a raccontarvi – per chi ha tempo e voglia – cosa succede in questa 70esima edizione. Vorrei chiudere questo breve viaggio nelle vecchie Cannes con un ricordo che non è una “battaglia”, ma più che altro una gag. Serve però a ricordare che Cannes non è solo Hollywood, né solo Italia o Francia (a seconda dei casi), ma una finestra su tutto il cinema del mondo.
1990. Non ero stato a Berlino nel 1988 e non avevo visto il film vincitore dell’Orso d’oro, “Sorgo rosso”. Per cui non ero ancora al corrente dell’esistenza di una stupefacente creatura di nome Gong Li. Andammo a vedere “Ju Dou”, film cinese in concorso, e in molti restammo stupefatti. Il film era bellissimo, ma l’attrice… anche di più! Il regista era Zhang Yimou, già autore del citato “Sorgo rosso”: la Quinta Generazione si stava affacciando ai festival internazionali e in quel momento sfornava film di duro realismo e, al tempo stesso, di enorme fascino visivo. Vedere all’epoca film come “Terra gialla” e “La grande parata” di Chen Kaige, “L’aquilone blu” di Tian Zhuang Zhuang e i primi film di Zhang Yimou, fino a “Lanterne rosse”, fu una grande emozione. Era difficile immaginare che Chen e Zhang sarebbero diventati registi di kolossal. In più, in “Ju Dou” c’era ‘sta attrice… vabbè, mi fermo qui.
Scoprii chi era l’ufficio stampa internazionale del film e chiesi un’intervista con entrambi. Non so cosa mi fossi messo in testa (nulla, in realtà), ma volevo vedere Gong Li dal vivo. Rimasi lievemente deluso quando mi dissero che potevo intervistare “solo” il regista. Fu un bell’incontro, però, con traduzione dal cinese al francese e viceversa: con me c’era il collega Massimo Lastrucci di “Ciak”, che credo ricordi bene quell’intervista per il motivo che dirò fra poco. Fu in quell’occasione che chiesi a Zhang come caspiterina si pronunciasse il suo nome, e lui me lo disse: inutile che lo scriva qui, i suoni cinesi sono impossibili da trascrivere nel nostro alfabeto, sappiate comunque che non si dice né “Zang” né “Jiang”, con la “j” francese, ma qualcosa di simile a “Cian Imò”. Gli chiesi come si fossero documentati sull’antico lavoro descritto nel film (la colorazione delle stoffe, raccontata in sequenze mirabolanti) e lui mi disse candidamente che si erano inventati tutto, che quel tipo di macchinario non era mai esistito. Alla faccia del realismo!
Poi, al momento di salutarci, Lastrucci fece una cosa per me rimasta nella leggenda. Eravamo in epoca pre-internet, bisognava farsi dare dagli uffici stampa le foto stampate in bianco e nero o le diapositive per il colore, e Massimo, per “Ciak”, necessitava del colore. Mi chiese come doveva dirlo in francese, io cominciai a rispondergli che “mi serve” si poteva tradurre “j’ai besoin”… e lui ebbe un’intuizione poderosa: “Ah, ma allora è come in milanese!”, disse, e si rivolse all’ufficio stampa francese dicendole in perfetto meneghino “a gu büsogn dii fotografii a culur”. La tipa non batté ciglio. Rispose “bien sûr, monsieur” e gli diede le diapositive.
Col milanese si va dappertutto, anche in Cina: forse quel giorno i cinesi hanno deciso di comprarsi Inter e Milan…
Qui sotto, Gong Li in “Ju Dou” e, se la didascalia in rete dice il vero, l’attrice e il regista a Cannes nel 1990.
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