DI LUCA BILLI
Il telefono è uno strumento prezioso, utilissimo, tanto da farci accettare alcuni, inevitabili, disagi che comporta il possederlo.
Io sono abbastanza vecchio per ricordare come era il mondo prima dei cellulari. Eh sì, perché c’è stato un mondo prima dei telefonini, cari giovani lettori, in cui peraltro vivevamo abbastanza bene, riuscendo a fare praticamente tutto quello che facciamo ora, senza avere l’ansia di essere perennemente collegati con il resto del mondo.
Allora, quando il telefono era in genere accanto alla porta d’ingresso – in una sorta di spazio neutro della casa, di tutti e di nessuno – spesso appeso al muro, come una specie di cabina telefonica domestica, poteva capitare che squillasse nel cuore della notte, costringendo tutta la famiglia ad una levata repentina: in quei casi o era una ferale notizia o era qualcuno che aveva sbagliato numero; in questo secondo caso una maledizione era d’obbligo, ma nessuno avrebbe mai rinunciato all’apparecchio per questo motivo.
Molto più numerose sono le ragioni per esecrare il telefonino, sul cui abuso esiste ormai una letteratura. Ricordo quando è stata data la notizia che si sarebbe potuto tenere acceso anche nelle fasi di decollo e di atterraggio: questa notizia è stata data con un’enfasi pari alla scoperta della penicillina.
Al di là dell’uso e dell’abuso del telefonino, che dipende ovviamente non dal mezzo in sé, ma dalla maleducazione umana, non credo di essere mai stato intercettato, almeno mai esplicitamente, su ordine delle autorità, anche se immagino che tutte le nostre conversazioni possano essere ascoltate.
Ho visto abbastanza telefilm per sapere che qualcun altro, oltre alla vicina del terzo piano che sa tutto quello che succede nella mia via, sta seguendo tutti i miei movimenti. Immagino che se pubblicassero le mie telefonate mi troverei in un certo imbarazzo: verrebbero fuori giudizi sprezzanti su qualche mio collega d’ufficio, dettati magari da uno sfogo di rabbia momentanea, oppure alcune maldicenze, vere o presunte, su qualche amico. Pensate a quello che dite voi al telefono e poi ditemi se non ho ragione.
Due settimane fa – più o meno, non ricordo il giorno esatto – ho detto a un amico che mi aveva chiesto un favore: puoi contare su di me; magari non ho detto esattamente queste parole, perché mi suona come un impegno mafioso, ma più o meno il senso era quello. La mia frase non ha avuto alcuna conseguenza, è servita soltanto a rincuorare – spero – il mio amico, che ora sa che posso aiutarlo in caso di necessità.
Con tutta evidenza ci sono situazioni in cui una frase come questa ha un’altra valenza: facciamo un esempio estremo, impossibile, giusto per spiegarsi. Se la stessa frase la dice il ministro della giustizia parlando con un familiare di un pregiudicato in carcere, e se poi questo pregiudicato ottiene i domiciliari, l’effetto di una simile, ipotetica, telefonata è tutto diverso. E’ successo.
Anche se mia madre abita a Salsomaggiore le telefono una volta al giorno. Spesso si tratta di bollettini medici, perché mia madre con il passare degli anni è diventata competente in molte malattie. Proprio ieri, quando mi ha chiesto se avevo ancora mal di schiena e le ho risposto di no, mi ha detto che pensa le stia mentendo, per non farla preoccupare. A volte si lanciano queste ingiuste accuse tra genitori e figli.
E’ sempre un problema usare il telefono. Quindi ci sono solo due soluzioni: o smettiamo di usare il telefono o diventiamo tutti onesti.
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