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 Un compromesso infine è stato raggiunto ieri sera nella riunione della Commissione europea, dopo un lungo confronto nel Collegio dei commissari: saranno i singoli Paesi facenti parte dell’Unione a trattare un’eventuale richiesta di aggiustamento dei conti pubblici, entro ottobre.
 Il tormentone sull’Italia quindi allenterebbe la morsa; nelle ultime settimane, ‘i rigoristi’ di Bruxelles, Dombrovskis in primis (ma più propenso al dialogo), premevano per il rispetto delle regole e i parametri dell’output gap (ossia la differenza tra Pil effettivo ‘E’, e potenziale ‘P’, in inglese definito anche GDP gap).
Ed è stato proprio questo il nodo più intricato da sciogliere negli ultimi anni, tra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che ne chiedeva la revisione,  e la Commissione europea.
 Tuttavia, finora, inutili sono stati i rimbrotti e le proteste del ministro al riguardo; ci sono peraltro anche a Bruxelles, ‘correnti’ d’interpretazioni diverse, e i parametri utilizzati dall’Ue per le deliberazioni sul grado di flessibilità da concordare con gli stati membri (ed eventuali manovre correttive), non sono stati modificati. Padoan ha sempre messo in evidenza il complicatissimo metodo di calcolo dell’output gap, che è stato tra l’altro sviluppato (e appositamente costituito) da un gruppo di lavoro nell’ambito del Consiglio europeo.
 Per il momento, intanto, la trattativa con l’esecutivo europeo, concernente i margini di flessibilità nei conti pubblici, avrà uno spazio di tempo maggiore, vi sarà un allentamento di pressioni, e non si avvertiranno le raffiche regolari provenienti da Bruxelles.
 Non sono state decise modifiche sui parametri, ma nelle “raccomandazioni economiche” in arrivo  (attese la prossima settimana), non ci sarà il ‘target di aggiustamento strutturale’ dei conti per il 2018. Si è risolto di concordare con ciascun paese, secondo la condizione specifica, un negoziato, il cui decorso si protrarrà fino all’autunno (a cominciare da oggi). L’eventuale correzione potrà pertanto essere negoziata, e si avrà tempo precisamente fino ad ottobre.
 Non deve essere stata una decisione semplice, dopo ore di discussione dell’esecutivo si è pervenuti al compromesso tra i commissari. Una parte di loro intendeva modificare le regole della ‘Matrix’, attraverso le quali vengono calcolate le richieste di aggiustamento, mentre altri non intendevano intervenire, al fine di evitare ulteriori inasprimenti nell’Unione, che già attraversa un periodo di notevole incertezza.
 Si sono analizzate in particolare le istanze trasmesse da quattro paesi: Italia, Francia, Spagna e Portogallo, che avevano chiesto la revisione dei criteri di valutazione dei conti. La cosiddetta ‘Matrice’ (Matrix), il metodo di calcolo così tanto controverso e contestato, penalizza i paesi più fragili, mentre lo scopo dell’Ue dovrebbe essere proprio quello di cercare linee di convergenza e parallelismi più congrui nel versante economico tra i paesi membri.
I quattro paesi citati sostengono  che il parametro relativo all’output gap sia piuttosto iniquo.
 Il calcolo di questo importante parametro, infatti, incide sul deficit strutturale e lo condiziona. Se si prendesse come riferimento l’anno 2014 (per quel che concerne l’Italia, ovvio), si noterebbe che l’output gap evidenzia  -0,7%, mentre  l’anno successivo si riduce a -0,3%. Secondo il ministro dell’Economia, se si applicasse il metodo Ocse, il pareggio strutturale dell’Italia sarebbe stato ineccepibile già dal 2012.
 Il termine  tecnico ‘output gap’, è, in spiccioli, quell’indicatore che riflette la situazione dei conti pubblici, in linea con il prodotto potenziale dell’economia, al netto di una tantum, componente ciclica e strategie di bilancio  (ne fanno parte i condoni fiscali, vendite di concessioni e immobili pubblici). Esprime dunque la differenza tra la potenziale crescita dell’economia e la crescita effettiva, l’output gap, appunto. Non vengono rilevate nel calcolo del parametro (o meglio non si tiene conto), dei fattori di crisi, entrate/uscite straordinarie.
 L’esecutivo europeo ha dovuto affrontare l’annosa questione e prendere una decisione che non creasse urti nella Commissione, viste le divergenze di vedute. I più ostinati, contrari alla revisione unilaterale delle regole, sono stati il responsabile della crescita, Katainen (finlandese), quello addetto al bilancio Oettinger (tedesco), e dell’Euro Dombrovskis (lettone), comunque il meno riottoso e disponibile al dialogo.
 Favorevoli alla modifica delle regole, ma lo sono sempre stati, si sono dichiarati Moscovici, l’italiana Mongherini, Timmemans, il rappresentante spagnolo Canete, e Moedas, portoghese.
Si tratta anche dei rappresentanti dei paesi interessati alla modifica della Matrice – che vorrebbero ridurre –  portandola dallo 0,6%, allo 0,3%.
Se la Commissione avesse applicato le regole ‘ortodosse’ dell’output gap, avrebbe dovuto caricare anche i paesi in evidente difficoltà,  per quel che concerne i conti pubblici, dello 0,6%, pari pari così come le regole prevedono, e sarebbero stati ben 10 mld in più da applicare sulla manovra del 2018.
 L’indicatore output gap, per quel che riguarda l’Italia, dovrebbe rientrare nei parametri, ma proprio per questo (ossia quando il valore oscilla tra -1,5 e 1,5), Bruxelles applica il target dello 0,6%, non considerando le difficoltà congiunturali e quindi il notevole sforzo nei conti pubblici per il rispetto delle regole.
 Con questa deliberazione, la Commissione, come già esposto, ha deciso di concedere tempo fino ad ottobre, e d’intraprendere una via di dialogo con i singoli paesi, concordando i criteri di flessibilità più idonei. Ma non ha modificato la Matrice, né ha concesso il dimezzamento dello 0,6% già fissato, ai quattro paesi che ne hanno fatto richiesta (Italia, Francia, Spagna e Portogallo).
 Ad ottobre le prospettive dovrebbero essere più chiare per l’Unione, che confida di consolidare, peraltro, il risultato elettorale in Francia, con le prossime elezioni politiche, e si attende una conferma soprattutto da quelle tedesche a settembre. Ma non si sottovalutano di certo nemmeno le elezioni imminenti  in Gran Bretagna, sul cui risultato non c’è sicuramente da illudersi.

 

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