DI GIOVANNI BOGANI

Per me Cannes è lì dove mi rifugio per mezz’ora, sotto orrende luci al neon, fra poliziotti francesi e vigili urbani, tutta gente muscolosa con i capelli corti e con la pistola. E con la signora che mi serve che è piuttosto gentile. E 7,80 euro, grazie.
Che non è tanto.
Cannes per me è la ragazza del guardaroba, che è allegra, e che ritroverò anche quest’anno penso. E che durante l’anno chissa’ che cosa fa.
Era l’edicola vicino al Majestic dove c’erano i giornali, e non c’è più. È la sfilza degli hotel, che so come un mantra: Majestic, Palais Stephanie, Carlton, Miramar, Martinez, e poi l’ignoto, poi casa mia.
Cannes è la terrazzina fuori dalla sala stampa, dove Francesco Gallo si mette a fumare, dove spesso c’è il sole e dove si sente, di sotto, uno gridare “libélibé!!!!, libélibé!!!”, che vuol dire Libération, un giornale di un tempo passato.
Cannes è la Grand Salle Lumière la matttina, quando aspetti il primo film della giornata e ci sono ancora i giornalisti con un quotidiano, che leggono. Come le persone di un tempo non lontano.
Cannes è le scale dell’hotel Gray d’Albion dove si va a fare la trasmissione, e si aspetta su delle seggioline davanti a un telo verde che serve per il green screen. E si sentono tutti, fuori dalla stanzetta, urlare di cose loro, parlare a voce altissima cioè, e non riesci a sentire le domande di Marzullo
Cannes è il minimarket in piazza del mercato, quello che sta aperto fino a mezzanotte, dove la sera posso fare la spesa e cosi’ mangio, poi, a casa
Cannes è cercare di entrare in sala Bazin, che non ci si riesce mai quando c’è il film che vorresti vedere, perché altri 500 hanno avuto la tua idea
Cannes è quando si allarga lo schermo mentre il ragazzo di “Mommy” va in bicicletta, e tu hai un’emozione e insieme a te tutta la sala, e scatta un applauso che fino a un attimo prima nessuno ha immaginato
Cannes è l’applauso di venti minuti veri alla fine di Fahrenheit 911 di Michael Moore, un applauso che scarica tutta la nostra voglia di sentirci giusti, e vivi, e che non dobbiamo sentirci in colpa di quello che è accaduto l’Undici settembre, perché chi ha colpa sono altri. O forse non era neanche per quello, ma ci sentivamo uniti, l’Occidente non brutale, non cattivo
Cannes è Lars von Trier che straparla di Hitler forse solo perché era ubriaco, e mezzo matto, ma lo fa in una conferenza stampa davanti a mezzo mondo e non si può, cosi’
Cannes è la sala stampa, da dove vedi il mare, di la’ dalla finestra, appollaiato su un predellino, con un tavolino largo come alla mensa del giornale
La sala stampa dove tutti cercano un posto, sempre, e quando c’è posto è un brutto segno, vuol dire che c’è un film che dovresti assolutamente vedere da un’altra parte
Cannes è l’ingresso dove ti controllano la borsa, ma si vede che hanno voglia di fare in fretta, e che non ci credono che tu abbia qualcosa di serio da nascondere
Cannes è il mare blu, ma proprio blu che si vede dal finestrino del treno quando si esce dalle gallerie, in Liguria
E vorresti startene, oh si’ se vorresti startene un giorno a Monterosso, o a Riomaggiore, o a Vernazza, ed è bello come immagini bella l’Africa
Cannes è l’attesa inutile fuori dalla sala delle conferenze stampa, perché senza la pastille gialla puoi metterti in fila anche 40 minuti prima e vedi passare tutti gli altri e non entri mai. Stai li’ in fila e parli, e fai il disinvolto, ma intanto ti incazzi e ti sembra impossibile che non le facciano in un’altra sala più grande
Cannes sono le ragazze vestite bene che chiedono un biglietto fuori dalla porta del Palazzo del cinema, e sono fanciulle in fiore venute da Nizza, da Antibes, da Grasse per fare una serata memorabile
Cannes è il cinéma de la plage, con qualche vecchio 007 o Vacanze romane o un film di Sergio Leone, come una serata di televisione su Raimovie, però è bello vedere tutti li’ sulla spiaggia con le copertine a godersi un film. E, se sono in due, ad abbracciarsi.
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