DI EMILIO RADICE

Un magistrato un giorno mi avvicinò nei corridoi di Palazzo di Giustizia e mi disse: “Vorrei raccontarle una cosa, ma passi nel pomeriggio quando il Palazzo si svuota e nessuno la vede”. Così feci. Una volta davanti alla nota toga (oggi è a capo della Procura di una città del nord) lui mi raccontò di una implicazione criminale di Giulio Andreotti su cui stava indagando. Poi mi fece: “Quando pensa di scrivere?”. Io gli risposi: “Lei mi ha riferito questa storia ma certo non potrò dirlo, né mi ha dato un pezzo di carta che provi quanto afferma. Insomma, dovrei pubblicare una storia pesantissima senza lo straccio di una base dimostrativa. Credo che così sarà difficile per me scriverci un pezzo” e me ne andai. Fu una delle occasioni in cui rifiutai di diventare un giornalista stercoraro. La definizione di tal tipo di persona risale a un fatterello d’infanzia: ero fra le dune di Castel Fusano quando vidi uno scarabeo che camminando all’indietro spingeva una pallina infarinata di sabbia; la presi fra le dita e scoprii che era cacca. Ecco, capita a chi fa il giornalista di imbattersi in “palline” di questo tipo. Ma mentre io, da allora, non ne ho più toccata una, ci sono colleghi che ci giocherebbero anche a bocce. L’uso e l’abuso di confidenze e intercettazioni che avviene in questi giorni sta lì a dimostrarlo.
Uso e abuso. Un giorno se mi gira forse vi racconterò la vera storia della casa trasteverina di D’Alema o come lo scandalo dell’assunzione di un migliaio di falsi invalidi alle Poste non venne pubblicata. Oppure vorrò raccontarvi di come, pur di scrivere un ennesimo articolo negativo su Berlusconi, si preferì assegnarne l’incarico a un giornalista stercoraro piuttosto che a uno che si era messo a fare “inutili verifiche”. Purché mi passi la nausea per Fb e l’insulto verboso, il che non è detto. Vedrem…
Güle güle

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