DI MARCO ERCOLI
Alle 23.05 del 7 maggio 2013 sul cargo Jolly Nero qualcosa non funzionò durante la manovra di uscita dal porto di Genova. La grande nave in abbrivio buttò giù la Torre Piloti causando 9 morti e 4 feriti. Ieri il tribunale di Genova, dimezzando le richieste del pm, ha condannato a 10 anni e 4 mesi di reclusione il comandante della Jolly Nero Roberto Paoloni, a 4 anni e 2 mesi il pilota Antonio Anfossi, a 8 anni e 6 mesi il primo ufficiale della Jolly Lorenzo Repetto, a 7 anni per il direttore di macchina del cargo Franco Giammoro. Le condanne, a vario titolo, sono per i reati di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Il giudice ha assolto, perché il fatto non sussiste, il delegato della Messina Giampaolo Olmetti (il pm aveva chiesto 17 anni) e il terzo ufficiale della Jolly Cristina Vaccaro. Ai parenti e familiari delle 9 vittime e dei feriti sono state concesse provvisionali per quasi 6 mln che dovranno essere corrisposte da Paoloni, Anfossi, Repetto e Giammoro con il legale rappresentante della Messina. L’immagine rimasta nella memoria è stata per molto tempo una teoria di sarcofaghi nel piazzale della Capitaneria, lo stallo vuoto che qualche giorno dopo ha ospitato la bara del sergente Jacoviello, le mani mozzate della statua della Madonna finite tra le macerie. E la frase registrata dalla scatola nera della Jolly pronunciata da Paoloni: “Eh niente, buttato giù la torre dei piloti… saranno tutti morti”.
La Jolly Nero, mercantile da 40.000 tonnellate di stazza, lunga 239 metri, larga 30 e varata nel 1976, è stata una motonave della società di navigazione Ignazio Messina & C., già Maersk Alaska, acquisita dalla compagnia italiana nel 2006 e radiata per la demolizione nel novembre 2014
Alle 23.05 del 7 maggio 2013 la Jolly Nero, era partita dal molo Nino Ronco, durante la manovra di uscita dal porto di Genova diretta a Napoli e poi in vari porti del Mar Mediterraneo, del Mar Rosso e ad Abu Dhabi, mentre procedeva accompagnata da due rimorchiatori, il Genua e lo Spagna con la poppa avanti in attesa di ruotare nel bacino di evoluzione ed uscire dal porto di prua, ha urtato e abbattuto la torre piloti (alta 54 metri) costruita nel 1996causando 9 morti e 4 feriti. Il corpo della nona vittima, dato inizialmente per disperso, è stato ritrovato la sera del 17 maggio.
Cosa successe veramente quella notte? La Jolly Nero percorse di poppa (“in retromarcia” ndr) tutto il canale parallelo alla diga foranea, prima d’iniziare la manovra che le avrebbe permesso di uscire di prua dall’imboccatura di levante. Giunta in un bacino più “largo”, dove in teoria c’era margine per ruotare e ripartire “in avanti”, ha arretrato troppo, mantenendo l’abbrivio all’indietro e finendo contro la torre. L’apice in cui si sono intensificati i dialoghi più allarmati (dal rimorchiatore la segnalazione «Non c’è acqua, che fate?», dalla nave la risposta del pilota «Non ho la macchina» prima che il comandante urlasse «Avaria!») è durata fra i 45 e i 60 secondi; le prime avvisaglie – ancora dal rimorchiatore – dell’avvicinamento “eccessivo” alla banchina erano arrivate invece due minuti circa prima dell’impatto.
La “Jolly Nero” navigava grazie a un motore “Burmeister & Wain” reversibile. È un tipo di macchina che consente due tipi di propulsione, indietro e avanti. Non è attivo se l’imbarcazione si trova in una condizione come quella d’una macchina in folle. Per semplificare il più possibile si può immaginare a un’auto senza l’uso della frizione. In una situazione simile, per passare dalla retromarcia alla prima, bisognerebbe in astratto spegnere girando la chiave, “cambiare” e poi riattivare il motore, a quel punto «direzionato» sulla marcia avanti. Su una nave è tutto molto più complesso, ma il principio che si è seguito, senza riuscire a materializzarlo, è di fatto lo stesso. Per passare quindi dall’«indietro adagio» all’«avanti adagio», il comandante Paoloni ha fatto fermare le eliche; ma il motore non si è poi riattivato e la “Nero” ha proseguito per l’abbrivio la propria traiettoria al contrario, risultando ingovernabile e centrando la torre. Per quale ragione, allora, il “Burmeister” non è tornato in funzione? Due le ipotesi di scuola percorse dagli esperti interpellati sommariamente dagli investigatori: una mancanza di pressione, cruciale per l’alimentazione delle macchine, oppure un problema al meccanismo d’inversione della direzione.
Sul registro degli indagati, al momento, vennero subito iscritti due nomi. Quello del comandante Roberto Paoloni (originario di Roma, da tempo a Genova dove lavorava per la Messina dal 1996) e quello di Antonio Anfossi, il pilota – dipendente della cooperativa del “Corpo piloti del porto” – che a bordo consigliava il capitano nelle manovre dentro lo scalo. Entrambi furono accusati di omicidio colposo plurimo. Personaggi cruciali furono anche Marco Ghiglino, comandante del rimorchiatore “Genua” che si trovava a prua, e Fabio Casarini, che aveva lo stesso ruolo sullo “Spagna”, a poppa. Proprio dal loro interrogatorio sarebbe emerso un elemento inquietante per gli inquirenti, i militari della Guardia costiera coordinati dal procuratore capo Michele Di Lecce e dal sostituto Walter Cotugno. Nessuno ha infatti sentito la sirena d’emergenza che, in una condizione come quella in cui si trovava la nave, avrebbe comunque dovuto allertare chi si trovava a terra, nonostante i tempi strettissimi e la probabile impossibilità di mettersi in salvo.
Andavano tutte in “retromarcia”, le imbarcazioni quella sera. Il “Genua”, situato sulla prua della motonave, era attaccato con la sua poppa. Viceversa lo “Spagna”, a poppa del cargo, era collegato attraverso la propria prua. Hanno una capacità di traino massima fra le 60 e le 72 tonnellate, la nave ne pesava carica 45 mila. Difficile potessero fare qualcosa di decisivo quando il gigante diventò ingovernabile.
“Non sono uno zombie e tanto meno lo sono stato nei momenti che hanno preceduto la tragedia. Ho solo mantenuto la calma, cosa che è mancata al pilota e ai rimorchiatori che anziché prestare assistenza e soccorso hanno unicamente pensato a salvare loro stessi, prendendo la via di fuga e lasciando che la nave finisse addosso alla Torre Piloti“. Così il comandante del cargo, Roberto Paoloni, nel corso della sua dichiarazione spontanea al tribunale di Genova . “La manovra, sotto la costante presenza e controllo del comandante, è decisa dal pilota perché così si usa nel porto di Genova, per le navi mercantili è previsto l’uso dei rimorchiatori che prendono comunicazioni, ordini e direttive solo dal pilota. Non ho fatto affidamento sul contagiri perché per me la manovra è supportata dal riferimento di punti fermi come le attrezzature portuali. Quando la distanza nave-banchina era a 150 metri, il pilota ha chiesto macchine avanti molto adagio, ordine ripetuto all’indirizzo del primo ufficiale Lorenzo Repetto“ Sempre secondo Paoloni, il pilota avrebbe “detto avanti mezza e io l’ho ripetuto alla radio al primo ufficiale. Ho visto Repetto non al suo posto di manovra e sono corso verso la leva dei comandi. Repetto mi ha seguito e quando mi ha visto posizionare la leva da avanti adagio a avanti mezza mi ha detto ‘No, indietro’ e ho risposto ‘macché indietro, dobbiamo andare avanti’. Le sue parole mi hanno disorientato facendomi perdere attimi preziosi”.
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