DI MICHELE ANSELMI

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Non è solo un film sul povero Giuseppe Di Matteo e tuttavia “Sicilian Ghost Story” è anche un film su di lui. Per chi non ricordasse: ormai fortemente dimagrito ed esausto, il ragazzino siciliano venne strangolato e sciolto nell’acido l’11 gennaio 1996, all’età di 15 anni, dopo 779 giorni di prigionia. Fu Giovanni Brusca, dal carcere, a dare l’ordine atroce, per punire il padre del piccolo Giuseppe, considerato un “infame” in quanto collaboratore di giustizia.
In contemporanea con la Semaine de la Critique di Cannes, “Sicilian Ghost Story” esce nelle sale italiane, distribuito dalla Bim. E c’è da augurarsi che il pubblico italiano, abbastanza pigro e distratto, si faccia incuriosire dal toccante, per nulla convenzionale film, di Antonio Piazza e Fabio Grassadonia. Ha ragione il critico Mario Sesti quando scrive nel suo blog su “Huffington Post” che, come il precedente “Salvo”, anche “questa in fondo è una storia di mafia che si trasforma in una storia d’amore: il romanticismo di una ragazza che cerca ovunque il corpo e l’immagine dell’amato in una Sicilia disseminata di foreste e di laghi come in un racconto gotico del nord”.
Il titolo anglofono, a prima vista incongruo, per una volta non stona. I due cineasti palermitani hanno girato dalle parti di Troina, sui monti Nebrodi, ma quasi si stenta a riconoscere la Sicilia, se non fosse per la cadenza e le targhe delle automobili anni Novanta. La “ghost story”, ossia la storia di fantasmi, è un classico del cinema, anche per adolescenti, ma qui si nutre di un sottotesto storico, reale, del tutto particolare: il rapimento, appunto, di Giuseppe Di Matteo, esplicitamente citato non solo nella dedica finale ma anche nella fotografia, all’epoca molto diffusa dai mass-media, che ritraeva il ragazzino a cavallo con la divisa da fantino. Benché subito dopo il film prenda, letteralmente, altri sentieri, anzi lo fa in buona misura sin dall’incipit, immerso negli anfratti sgocciolanti e oscuri di una caverna sotterranea.
Un che di spettrale, specie nei paesaggi, grava sui due personaggi principali, appunto Giuseppe e Luna, due compagni di scuola tredicenni. Qualcuno sta osservando il corteggiamento reciproco durante una passeggiata tra i boschi, e non ci vuole molto a capire che qualcosa andrà presto storto: un cane selvatico li attacca, lo zainetto di scuola resta a terra trafitto dai denti dell’animale, la natura circostante, così potente e silenziosa, inclina a una livida oscurità. Infatti Giuseppe scompare nel nulla: non frequenta le lezioni in classe, a casa nessuno risponde, il mistero s’infittisce in un’imbarazzata omertà. Luna, astiosa verso la mamma svizzera e affezionata al papà diabetico, non si rassegna alla misteriosa sparizione del ragazzo. Si ribella al silenzio, sente che a Giuseppe sta succedendo qualcosa di brutto, forse di irreversibile. Per trovarlo non le resta che discendere nel mondo fosco che sembra averlo inghiottito, in bilico tra visioni soprannaturali e misteriose vie d’accesso lacustri.
Giustamente gli autori parlano di “favola nera”, citano Leonardo Sciascia, secondo il quale “la Sicilia è tutta una fantastica dimensione e non ci si può star dentro senza fantasia”, teorizzano “la collisione” estetica tra la realtà brutale del sequestro e le visioni sempre più precise che guidano Luna nella ricerca affannosa del suo amato.
Non tutto torna sempre nel film sul piano della recitazione, si poteva tranquillamente evitare la canzone di Sinead O’Connor spalmata sulla sequenza in sottofinale, con tutti i personaggi colti nello stesso momento notturno, e tuttavia “Sicilian Ghost Story” possiede una forza evocativa non comune, con rimandi forse alle grotte di Lascaux e di certo a “Cappuccetto Rosso”, anche una “pietas” che procede per piani incrociati, illuminazioni oniriche, suoni allarmanti, civette enigmatiche, pulviscoli subacquei, segnali premonitori (la fotografia intonata al clima invernale è di Luca Bigazzi).
Sono debuttanti, pure acerbi quanto serve, i due giovani attori protagonisti, e cioè la polacca-siciliana Julia Jedlikowska e il palermitano Gaetano Fernandez, mentre il contesto professionale è fornito da interpreti professionisti come Sabine Timoteo, Vincenzo Amato, Filippo Luna e Nino Prester. Un film da vedere, subito, anche un antidoto salutare a una certa idea di cinema praticata oggi in Italia. Coproducono Indigo Film e Cristaldi Pictures.
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor

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