DI ALBERTO CRESPI

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Arnaud Desplechin è un regista che in Francia è portano in palma di mano. Il fatto che in Italia ben pochi saprebbero citare un suo film non deve indurre a nessun provincialismo alla rovescia: càpita, con il cinema d’autore. Il problema è che “Les fantomes d’Ismael” non è un film “d’autore”, sono troppi film con troppi autori diversi. Comincia come un film di spionaggio che quasi subito si trasforma in commedia, poi scopriamo che questi due film in uno sono… un film nel film, la fantasia dell’opera che il regista Ismael Dedalus sta tentando di scrivere. La storia del regista diviene ben presto una tenera love-story, perché l’uomo, convinto di essere vedovo da vent’anni anche se la moglie è scomparsa e il corpo non è mai stato trovato, si rifà una vita con una simpatica astrofisica (Charlotte Gainsbourg). Ma il film romantico diventa un melodrammone turgido quando ricompare, in stile “Revenant”, la morta: che ovviamente ha gli occhioni di Marion Cotillard e una discreta fame arretrata di sesso. Quindi: “Revenant” più “Effetto notte” più “Il ponte delle spie” più “Notorious” più “La donna che visse due volte”… con una spruzzata di “Borotalco”, come scrivevo in un post fatto al volo dopo la proiezione: perché la rediviva racconta sul suo passato un tale cumulo di frescacce, che sembra di sentire il mitico Manuel Fantoni di quel leggendario film di Carlo Verdone.
Ho già scritto che nei titoli di coda Desplechin sfoggia la bibliografia: confessa citazioni da Jacques Lacan, Stanley Cavell (il filosofo maestro di Terrence Malick: ahi!) e Philip Roth. Vorrei notare, per inciso, che un regista che battezza il proprio protagonista Ismael Dedalus, citando in un colpo solo Melville e Joyce, è come minimo un tantino presuntuoso.
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