DI ROBERTO SILVESTRI

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“Wonderstruck” di Todd Haynes è un film notevole. Fa una certa fatica ad andare dove vuole andare, ma quando ci arriva lo fa veramente in gloria. Il finale è stupendo, commovente, catartico, e ovviamente non ve lo posso raccontare. In realtà non vorrei raccontarvi nulla, se non che il film incrocia due epoche, il 1927 e il 1977, la prima girata in bianco e nero. La trama è molto complessa, incrocia i due livelli temporali in modo – all’inizio – un po’ laborioso, ma quando si capisce dove Haynes sta andando a parare il film diventa un’epopea.
Julianne Moore fa un doppio ruolo, la madre nel 1927, la figlia nel 1977. Il 1927 non è una data scelta a caso: è l’anno in cui il cinema diventa sonoro, e la Moore fa una diva del muto che allude a Lillian Gish e al suo epocale “Orphans of the Storm”. Trattandosi di un film imperniato sulla sordità, e privo di dialoghi per larga parte della storia, è tutto funzionale, tutto perfetto.
 Ah, ultima cosa: il film è prodotto da Amazon, con buona pace dei cinefili oltranzisti e di Pedro Almodovar.

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