DI ALESSANDRO GILIOLI

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Martedì 9 maggio 2017, 9 e 40 del mattino: dopo mesi di silenzio e traversie in tribunale, Denis Verdini entra nel palazzo dei gruppi di Montecitorio, in via del Vicario. Imbocca l’ascensore, sale al terzo piano e si infila nella stanza di Ettore Rosato, capogruppo democratico alla Camera. È quel giorno e in quella stanza che prende forma, poco più di una settimana fa, il sistema elettorale che adesso Renzi vuole approvare in fretta e furia, per andare a votare il prima possibile. Sulla base dei nomi dati ai precedenti sistemi, i giornali lo chiamano Rosatellum; oppure Verdinellum, a seconda se si attribuisce al piddino o all’ex berlusconiano la maggiore paternità. In ogni caso, sarà la questione politica italiana delle prossime settimane; e, se dovesse, passare, sarà l’oggetto delle discussioni e delle controversie per molti anni a venire, come avvenuto per il Porcellum.
Funziona così, in poche parole:
Si prende il numero dei parlamentari (630, per la Camera) e tolte alcune frattaglie tipo i deputati eletti all’estero, lo si divide a metà. L’Italia viene divisa per un numero di collegi pari a questa metà, cioè 303. In ciascuno di questi collegi viene eletto un parlamentare con il maggioritario secco: va alla Camera chi arriva primo, per tutti gli altri candidati ciccia, nessun recupero o scorporo o simili. Per quanto riguarda l’altra metà di seggi in ballo, cioè altri 303, questi invece vengono assegnati in modo proporzionale, in base alle percentuali ottenute dai loro partiti a livello di ciascuna circoscrizione (sono in tutto 80) fatta salva una soglia di sbarramento al 5 per cento. L’elettore ha una sola scheda (per ogni Camera) ma divisa in due: a sinistra i nomi dei candidati del maggioritario; a destra, una lista bloccata di quattro nomi, collegata al candidato di collegio (quello che viene eletto col maggioritario). Se uno vota solo il candidato di collegio, vota solo per la quota maggioritaria. Se invece uno vota solo una delle liste collegate, automaticamente il suo voto va anche al candidato di collegio. Non c’è preferenza (la lista è bloccata, decisa dal partito) e non è permesso il voto disgiunto. Ogni candidato può correre in un solo collegio maggioritario, ma può anche contemporaneamente stare in tre listini bloccati del proporzionale.
Ora, a qualcuno il meccanismo può sembrare un po’ da ubriachi – del resto Rosatellum pare il nome di un vino. Invece è pensato con uno scopo, che è quello di sovra rappresentare il Pd. Nella quota maggioritaria, infatti, viene penalizzato il candidato per il maggioritario che non può o non vuole fare alcuna alleanza, mentre viene premiato quello che trova una qualche forma di alleanza pre-elettorale, anche locale, vuoi alla sua destra vuoi alla sua sinistra. Ovviamente viene premiato anche il candidato che ha più radicamento e riconoscibilità territoriale, in qualche caso (absit iniuria verbis) anche di tipo clientelare. Inoltre, a livello di collegio, viene premiato il candidato che ha come “vicini” (politicamente) partiti che non arriveranno mai primi: i loro elettori, sapendolo, per non buttare via il proprio voto sono stimolati a darlo al più “grosso” che sentono come meno lontano ma che ha qualche possibilità di arrivare primo. Detta più in soldoni, è una legge – almeno nelle intenzioni – cucita in modo sartoriale per avvantaggiare il Pd in una situazione di possibile pareggio numerico complessivo, a livello nazionale, tra Pd e M5S.
Che ci sia una «una sovra rappresentazione di chi arriva primo» nei singoli collegi lo dice anche un costituzionalista certo non inviso al governo come Stefano Ceccanti, ma il punto di domanda maggiore qui è dato dall’entità di questa rappresentazione. «Grazie al Verdinellum Renzi potrebbe conquistare la maggioranza in Parlamento», dice oggi Ugo Magri sulla Stampa, ben consapevole che i sondaggi danno lo stesso Renzi sotto il 30 per cento. «Con il Rosatellum Renzi è libero di pescare sia a destra sia a sinistra», scrive Monica Guerzoni sul Corriere. In realtà, personalmente, non sono sicuro che poi il meccanismo funzioni, almeno non abbastanza per garantire al Pd la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Diciamo che è un aiutino, tipo quello di un arbitro che quando due squadre la tirano in lungo con un pareggio, a un certo punto fischia falli solo da una parte: non è detto che la squadra che incassa i favori arbitrali poi riesca a metterla dentro. Nessuna novità metodologica rispetto al passato, del resto: è dal ’93 che ogni governo si cuce le leggi elettorali su misura. Renzi non fa eccezione, se non forse nei modi un po’ più smaccati.
Ma aldilà di chi ne trae i maggiori vantaggi, quello che nella proposta legge lascia perplessi è il solito giochino con cui i partiti si arroccano in se stessi, con cui allargano la distanza tra rappresentati e rappresentanti, riducendo l’incidenza di questi ultimi a mantenendo molto forte il potere dei partiti. Mi riferisco in particolare alla metà (metà) di Parlamento eletta con le liste bloccate scelte dall’alto, un mostriciattolo che ci trasciniamo dietro dal Porcellum.
E mi riferisco anche al meccanismo che permette ai big del partito e ai loro cortigiani di avere l’elezione praticamente assicurata, attraverso la candidatura multipla, una nel maggioritario e tre nelle liste bloccate. Chi mi segue sa che non esattamente da oggi considero la questione della distanza tra cittadini e Palazzo – quindi tra rappresentati e rappresentanti – una di quelle fondamentali per ridare fiato e sangue alla democrazia rappresentativa in crisi – e alla democrazia tout court.  Il Porcellum era la negazione più evidente di questo principio. Ma mi pare che anche il Rosatellum tenda a ignorarlo, e a fischiettare guardando altrove.

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