DI MARISA CORAZZOL
(nostra corrispondente da Parigi)

 

56 Milioni di iraniani votano oggi al primo turno per eleggere il loro Presidente.
Il Presidente iraniano uscente, Hassan Rohani, che aspira ad un secondo mandato in qualità di Capo dell’ Esecutivo, deve confrontarsi soltanto con uno dei cinque candidati che si erano presentati all’elezione: il conservatore Ebrahim Raisi. Gli altri quattro candidati essendosi ritirati dalla corsa alla presidenza.
 Il Sindaco di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf ed il vice presidente di Rohani, Eshagh Jahangiri, oramai fuori corsa, sono indicati per la vice presidenza in caso di vittoria del loro favorito, ossia Hassan Rohani, sapendo che dal 1981 tutti i presidenti iraniani hanno effettuato due mandati.
Nei giorni precedenti il voto e durante tutta la campagna elettorale, tutti i candidati si sono impegnati a difendere l’accordo internazionale sul nucleare, firmato nel mese di luglio 2015 a Ginevra d in presenza dell’allora presidente USA, Barack Obama.
Anche il presidente Donald Trump, nei primi giorni successivi alla sua elezione alla Casa Bianca,  aveva approvato l’ « eredità » di quell’accordo, benché non abbia mai cessato di criticarlo, avendo affermato il 20 aprile u.s. che “l’Iran rispetta formalmente l’accordo sul nucleare, ma ne viola lo spirito”. Il Dipartimento di Stato,americano, il 17 maggio scorso, ricordava altresì che la sua « strategia globale nei confronti dell’Iran non fosse ancora formalizzata». Critiche che hanno spinto i conservatori iraniani a misurare i loro “attacchi” nei confronti di Donald Trump al fine di non indebolire il loro « deal » nucleare.
I candidati divergono, tuttavia, sul bilancio del « deal » e sulla continuità di quell’accordo. Ebrahim Raisi è del parere che il presidente Rohani non si sia mostrato abbastanza fermo « per incassare quell’assegno». Le grandi banche internazionali, per esempio, non hanno riconfermato il loro impegno a favore dell’Iran, temendo delle sanzioni da parte delle banche americane ed avendo costatato che le banche iraniane non applicano le norme internazionali e sono inoltre gravemente indebitate.
Le esportazioni di petrolio sono ripartite, ma non hanno per questo determinato una sensibile crescita dell’occupazione, né, tanto meno, un migliore livello economico e di potere d’acquisto per le famiglie. L’industria automobilistica è ripartita grazie al ritorno nel Paese di due marchi francesi : Renault e Peugeot, ma l’investimento domestico rimane al palo poiché le banche  non accordano prestiti, né mutui ed infine il Governo non dispone a sufficienza di liquidità.
L’inflazione appare sotto controllo, ma la disoccupazione è cresciuta esponenzialmente  durante la presidenza Rohani ed un altro milione di persone, nel periodo compreso fra il 2015 e il 2016, hanno raggiunto i 7 milioni di indigenti totali già contabilizzati in precedenza che sono finiti sotto la soglia della povertà.
Rohani spera ora in investimenti provenienti dall’estero per le fatiscenti infrastrutture del Paese, ma che potrebbero anche tardare ad arrivare.
Nella sua campagna elettorale ha, inoltre, promesso di intraprendere dei negoziati al fine di cancellare le sanzioni commerciali che – astrazion fatta per quel che riguarda il nucleare-  pesano ancora sull’Iran, senza, però, mai precisare né come avrebbe proceduto, né con chi.
Per il momento una sola cosa è certa: Rohani è il garante dello status quo – né isolamento, né franca ripresa economica – e afferma che l’atteggiamento di sfida dei suoi rivali nei confronti degli USA potrebbero far precipitare nuovamente il Paese nell’embargo internazionale.
Di fronte alle accuse di corruzione, di una violenza inedita, lanciate dai suoi avversari, Rohani ha condotto la sua campagna riportando il fantasma del « movimento verde», ossia quelle  manifestazioni di protesta scoppiate durante l’estate del 2009 per la rielezione contestata di Mahmoud Ahmadinejad e severissimamente represse. Dappertutto ed in tutti i suoi meeting, la folla scandiva i nomi di Mir-Hossein Moussavi e di Mehdi Karoubi, i due infelici candidati del 2009 che, dal 2011  ed ancora ad oggi sono agli arresti domiciliari per aver sostenuto i manifestanti.
Ambedue hanno dichiarato che avrebbero votato per Rohani, come dichiarato, altresì, anche dal presidente riformatore, il sempre popolarissimo Mohammad Khatami (1997-2005), che i media non possono mai citare per « divieto di Stato » ed a seguito della sentenza del 2015. Rohani spera di ottenere una grande maggioranza al fine – ha dichiarato – di ottenere la liberazione dei leader del « movimento verde » da parte della “guida suprema”, l’Ayatollah Ali Khamenei.
Quanto ad Ebrahim Raisi, durante la campagna elettorale, ha fatto emergere un progetto di più lungo termine, ossia la successione della « guida suprema », Ali Khamenei, in carica dal 1989 e che oggi ha 77 anni.
Raisi, cinquantasettenne custode del Santuario dell’imam Reza a Mashhad – l’ottavo Imam degli Sciiti – è pertanto considerato come suo possibile successore e se fosse eletto alla presidenza, le possibilità di accedere alla “magistratura suprema” sarebbero ovviamente più che reali.
Il presidente, infatti, ha un ruolo molto importante nella procedura relativa alla successione della “guida suprema”. Secondo l’articolo 111 della Costituzione iraniana (adottata dopo la morte del fondatore della « repubblica islamica », l’ayatollah Khomeyni), il presidente assume la transizione riunito in concilio con il capo dell’istituzione giudiziaria ed un membro del consiglio dei guardiani – un Organo di supervisione della vita politica. Il concilio  avrà un ruolo di primo piano negli accordi a margine dell’ assemblea degli esperti che è un corpo clericale incaricato di nominare la futura « guida ».
Hassan Rohani è stato eletto nel 2013 sin dal primo turno, avendo raccolto la maggioranza dei voti in tutto il Paese e perfino nella città di Mashhad,  il “fortino” di Raisi.
Aveva potuto beneficiare della mobilitazione, nelle grandi città, delle classi medie e delle minoranze etniche e religiose (Curdi, turkmeni, balusci, i sunniti  essendo il 15% della popolazione). Ma questa volta, Rohani non è certo di poter contare – quattro anni dopo – sullo stesso slancio popolare. In campagna si è comunque impegnato a mobilitare un elettorato che auspica ad accedere sia alle libertà civili che alla stabilità economica. Spera  in un alto tasso di partecipazione al voto al fine di non subire – se eletto – l’indebolimento che gli promettono i conservatori durante un suo eventuale secondo mandato.
Di fronte a lui, Raisi dispone invece di un largo elettorato fra i funzionari ed i dipendenti pubblici, come in una parte degli iraniani fra i più religiosi. E’ sostenuto anche dalle forze armate, come dalla milizia bassidji – loro affiliata – e dalle classi popolari dipendenti dall’assistenza sociale pubblica adottata sotto la presidenza  di Mahmoud Ahmadinejad.
Aiuti ed assistenza sociale che hanno favorito l’inflazione, ma che hanno anche ridotto la povertà di massa durante gli anni di grande crisi come lo sono stati quelli fra il 2005 ed il 2009.
Raisi promette comunque di  incrementarli, senza tuttavia essere certo di essere votato dalle classi più povere e quindi più emarginate della società iraniana, tanto più che questi non vedono assolutamente finire la crisi economica che soffoca il Paese e che, pertanto, potrebbero anche disertare in massa le urne. Per la « guida » la principale sfida è questa : attirare un alto numero di elettori delle classi popolari, perché da loro nasce la garanzia della legittimità del regime.
Chiunque dei due vinca, è, però assodato che la stragrande maggioranza degli elettori – e soprattutto le donne che aspirano alla parità dei diritti e quindi alle pari opportunità – non intendono certamente tornare indietro. Gli anni bui del totalitarismo del regime dei “turbanti” che dal 1979 ha vestito il Paese di nero, avendo reso la donna “oggetto del peccato”, rimane una piaga nella società iraniana ed in particolare fra i giovani che nel modus vivendi all’ “occidentale” loro negato dal regime integralista, oscurantista e violento dei loro governanti, vedono invece la possibilità di emanciparsi e di divenire attori reali del loro presente, come fautori della libertà e dell’uguaglianza per il loro futuro.
Annunci