DI TONI CAPUOZZO

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Josè Francisco Guerrero, 15 anni. E’ un ragazzino la quarantanovesima vittima negli scontri di piazza in Venezuela. L’altro giorno, qui, qualcuno mi ha chiesto: “perché non si parla di Venezuela?”. Non ho risposto, perché la risposta è amara: il regime di Maduro – e, prima, quello di Chavez – godono di un bonus: sono di sinistra, amici del castrismo.
Ognuno può pensarla come vuole, e io voglio invece segnalare una realtà impolitica, e triste. La sorte di migliaia di italiani (ne conobbi alcuni, anni fa, alla Casa degli italiani di Caracas), quelli che non hanno fatto in tempo ad andarsene prima, e adesso sono bloccati, spesso senza medicine, senza cibo, privi di un passaporto, arroccati in case e proprietà che non valgono più nulla.
Quelli che ci ricordano, parlando dei migranti di oggi, che siamo stati anche noi emigranti, non possono averli dimenticati: sono italiani andati in un paese che offriva opportunità, e le hanno colte. Poi è andata diversamente.
Quelli che predicano l’accoglienza per chi fugge da guerre e miseria non possono non ammettere che queste migliaia di persone bloccate vorrebbero fuggire da un annuncio di guerra civile, e dalla miseria.
Io non dico che la Marina militare, la Guardia Costiera e le ONG dovrebbero attraversare l’Atlantico e raccogliere per esempio le 200 famiglie friulane bloccate a Caracas, non dico che la diplomazia dovrebbe trattare un salvacondotto umanitario per tutti loro, ma dico che non si può far finta di niente, non si può essere indifferenti, in mezzo a tanti drammi, a quello di uomini e donne, di anziani e bambini che hanno il solo torto di non essere diversi da noi, di avere le nostre stesse radici. Poi sul Venezuela e sul suo futuro liberi di pensarla come si vuole, ma la solidarietà e l’accoglienza non possono essere a singhiozzo.

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