DI GIULIO CAVALLI

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Giada è un medico che non guarisce. Eppure cura. Anzi, di più: assiste i suoi pazienti proprio quando tutti intorno cominciano ad evitarli, a tenere gli occhi bassi o a parlargli a mezza bocca perché la morte annunciata, si sa, fa paura e troppo spesso prima di arrivare lascia gocciolare tutto intorno una solitudine straziante. Giada Lonati è un medico, direttore socio sanitario di Vidas, l’associazione che dal 1982 sta vicino ai malati terminali e alle loro famiglie e che si ostina a non volere pensare che il fine vita sia solo uno stillicidio ma possa essere anche un momento vitale e denso, anche se ultimo.
Nel suo libro “L’ultima cosa bella” (edito da Rizzoli) Giada raccoglie le storie dell’imbarazzo umano di fronte alla morte, con tutte le loro sfumature e le loro esplosioni di amore: c’è chi decide di prendersi la responsabilità di morire rifiutando le cure, chi nonostante l’avvicinarsi della fine riesce a rileggere la propria vita con una lucidità che non aveva mai potuto permettersi e ci sono i figli terrorizzati dal comunicare la diagnosi al proprio genitore. Storie imperfette, esagerate, spesso sotto pelle. Come noi.
Ma il libro è anche l’osservazione di un mestiere che sta cambiando, quello del medico, che non è più il decisore unico ma diventa l’elemento fondamentale di un percorso “in cui il medico aiuta il paziente a riconoscere i propri desideri, a riordinare le priorità e scegliere”, interpretando i suoi bisogni.
La storia inizia con un gruppo di mamme e amiche e una di loro che si ammala di un tumore cerebrale. Quando si è proposto di andarla a trovare in ospedale più di qualcuno ha scantonato con un “non me la sento, mi fa stare troppo male…”. Ed è lì che Giada ha deciso di volersi dedicare a quell’isolamento che troppo spesso accompagna la malattia.
Tutto senza perdere l’ironia: nel suo libro Giada racconta che dopo avere terminato una telefonata in cui la avvisavano del decesso di un suo paziente Samuele, suo figlio, le ha chiesto sconsolato: “Mamma ma ti è morto anche questo?”. Eppure Samuele saprà, da grande, quanto coraggio ci vuole per andare lì, nella malattia, dove non ha il coraggio di andarci quasi nessuno.
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