DI GIORGIO DELL’ARTI
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Giorgio Napolitano, cioè l’uomo che ha fatto il mestiere di capo dello Stato addirittura per due mandati, è intervenuto sulla faccenda dell’ultima intercettazione-scandalo, quella in cui Matteo Renzi chiede molto bruscamente al padre di dire la verità sulla faccenda giudiziaria che lo riguarda. La Procura di Roma ha giudicato quell’intercettazione, commissionata dalla Procura di Napoli, irrilevante. Nonostante questo, da un paio di giorni non si parla d’altro, sui giornali e in televisione.
Che ha detto Napolitano?
«Tutti adesso gridano contro l’abuso delle intercettazioni e l’abuso della pubblicazione. È un’ipocrisia paurosa perché è una questione aperta da anni e anni, con sollecitazioni frequenti e molto forti da parte delle alte istituzioni. Io personalmente ho messo il dito in questa piaga e non c’è mai stata una manifestazione di volontà politica per concordare provvedimenti che avessero messo termine a questa insopportabile violazione della libertà dei cittadini, dello stato di diritto e degli equilibri istituzionali. Bisogna chiedersi perché fino a oggi [le forze politiche] sono sfuggite a qualsiasi soluzione normativa. È una vicenda che si trascina in modo intollerabile». Ricordo che anche Napolitano fu intercettato in una conversazione con Mancino, e passammo mesi a discutere se fosse lecito ai magistrati convocare il presidente della Repubblica per un’audizione. Anche quella era una conversazione giudicata penalmente irrilevante e che Antonino Ingroia adoperava per rafforzare la sua tesi sulla trattativa tra Stato e mafia e per costruire con quella il primo gradino di una scalata politica poi malamente abortita.
Io ricostruirei un attimo la vicenda.
Lo stesso Renzi, in un post dell’altro giorno, ha ben raccontato il fatto. La sua telefonata col padre risale al 2 marzo, quando l’ex premier era a Taranto per la campagna elettorale relativa alle primarie. «Sono circa le 9.30 del mattino. Mi metto sulla terrazza della sala da pranzo delle colazioni, avendo cura di essere solo. E affronto mio padre. Per me è una telefonata umanamente difficile. Repubblica ha pubblicato una clamorosa intervista a un testimone che riferisce di una cena riservata in una bettola segreta tra mio padre e l’imprenditore Romeo, lo stesso che secondo una ricostruzione dei magistrati di Napoli gli avrebbe dato 30 mila euro in nero al mese. Conosco mio padre e conosco la sua onestà: alla storia dello stipendio in nero da 30 mila euro non crede nemmeno un bambino di tre anni. Ma dubito di lui, esperienza che vi auguro di non provare mai verso vostro padre, e sulla cena mi arrabbio. “Ma come? Vai a fare le cene riservate in una bettola segreta a Roma? Con imprenditori che hanno rapporti con la pubblica amministrazione?” Mi sembra allucinante. E tuttavia, ingenuo come sono, credo a Repubblica perché mi sembra impossibile che pubblichino un pezzo senza alcuna verifica: se lo scrivono, sarà vero. Dunque incalzo mio padre. Lo tratto male, dicendogli: “non dirmi balle, la cena c’è stata per forza altrimenti non lo scriverebbero”. “Quante volte hai visto Romeo?”. Lo interrogo, lo tratto male. Ma sono un figlio. E se tuo padre bluffa lo senti. Mio padre mi ribadisce: non c’è stata nessuna cena, devi credermi. Matteo, è una notizia falsa, devi credermi. Con l’aggiunta di qualche espressione colorita toscana».
Potrebbe essere un trucco? Renzi sapeva di essere intercettato e ha fatto in modo di fare bella figura?
C’è chi lo pensa. I punti veri, tuttavia, sono altri. Prima questione: perché la Procura di Napoli ha ripreso a intercettare Tiziano Renzi, nonostante il parere contrario della Procura di Roma titolare della parte più importante dell’inchiesta? Chi ha poi passato questa intercettazione del 2 marzo al giornalista Marco Lillo in tempo perché venisse pubblicata nel suo libro appena uscito (Di padre in figlio
, editore Paperfirst)? Come mai Woodcock può continuare a indagare, nonostante una delle sue intercettazioni sia stata volutamente alterata per mettere nei guai il padre di Renzi? E infine questo ultimo caso mette di nuovo sul tavolo la questione delle intercettazioni e dell’uso che ne viene fatto.
Il discorso di Napolitano.
La risposta al quesito «come mai nessuno ha fatto una legge che ne limiti l’uso?» è relativamente facile. Il mondo che ha in odio la casta avrebbe messo in croce la parte politica che si fosse assunta questa responsabilità. Una legge che limiti le intercettazioni è cioè, di fatto, oggi in Italia, impresentabile. D’altra parte i Ds prima e il Pd dopo hanno ampiamente adoperato il sistema delle intercettazioni telefoniche per far la guerra a Berlusconi e metterlo in mutande. All’epoca nessun democratico di sinistra ha detto una parola e quel modo di condurre la lotta politica adesso gli si ritorce contro. Nel post che ho citato prima, Renzi dice anche: «Mio padre non ha mai visto un tribunale fintantoché suo figlio è diventato premier». Notazione interessantissima.
Perché?
Capitò lo stesso a Berlusconi. Zero inchieste su di lui fino al gennaio 1994, e 14 inchieste, invece, appena entrato in politica ribadite nel 1995 dall’apertura di altri 23 fascicoli.
Esiste, cioè, un problema magistratura?
Questo lo ha detto lei.
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