DI ALESSANDRO ALBANO

Un paese ci vuole, non fosse altro per il gusto di andarsene via”, scrive Cesare Pavese ne La Luna e i Falò. L’Italia, per i tanti giovani che hanno scelto di vivere all’estero, è questo. Un paese da guardare da lontano. Alcuni tornano; altri, la maggior parte, preferisce rimanere lì dove ha trovato un’opportunità. Le destinazioni rimangono le principali città europee, dove le comunità italiane sono sempre più numerose e l’emigrazione delle libere professioni sempre più marcata.

Non è una novità. Ma nell’ultimo decennio, è aumentata la percentuale di giovani che, dopo la laurea triennale, decidono di trasferirsi all’estero per studiare e muovere i primi passi; dove l’entrata nel mondo del lavoro è difficile, ma con alternative e prospettive migliori. Nel settore del giornalismo poi, questo aspetto è ancora più rilevante. Complici i tempi lenti della formazione italiana e le retribuzioni salariali minime.

Dati Istat

L’ultimo rapporto Istat conferma quanto detto. I laureati italiani con più di 25 anni che lasciano il paese, sono stati quasi 30 mila nel 2016; il 13% in più rispetto alle cifre del 2014. L’emigrazione rimane più forte invece fra coloro che hanno un titolo di studi più basso; 52 mila nello scorso anno, con un +9% rispetto a due anni fa. Se si contano le cancellazioni dall’anagrafe per l’estero, i numeri subiscono un alzamento significativo. Nel 2016 sono 147 mila gli iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), l’8% in più rispetto al 2014.

Il Regno Unito, e principalmente Londra, rimane la meta di destinazione di preferenza; Il 17,1% degli espatriati ha infatti scelto l’isola britannica per le nuove esperienze lavorative, dove è presente una delle comunità italiane più numerose del mondo. La capitale britannica è ad oggi la quinta città italiana per numero di residenti; sono circa 450 mila gli italiani a Londra, più di molte città italiane.

I risultati del rapporto dell’istituto di statistica, tra le altre cose, aiutano a tracciare i contesti e le cause dell’aumento dell’emigrazione. Una conseguenza/causa si trova nel significativo invecchiamento della popolazione italiana, tra le percentuali più alte in Europa. Attualmente meno del 25% della popolazione italiana ha un’età compresa tra 0 e 24anni, una quota che si è dimezzata dal 1926 ad oggi. A questo si aggiunge la sedentarietà dei giovani, dovuta alla stagnazione del mercato del lavoro che taglia le posizioni soprattutto tra i più giovani, non garantendo stabilità e retribuzioni. Il 62,5% dei giovani tra i 18 e i 34 anni infatti, vive ancora con i genitori. Se si restringe la fascia d’età tra i 25 e 29 anni, le percentuali sono ancora maggiori. Nel 2015 il 70,1% dei ragazzi e il 54,7% delle coetanee vive ancora con la famiglia; vent’anni fa le percentuali erano del 62,8% e del 39,8%.

Ma la vera causa del forte stato dell’emigrazione riguarda la disoccupazione giovanile. Paradossalmente, gli occupati crescono soprattutto nella fascia di età 50-64 anni (più 1,5% rispetto al 2014 e più 9,2% rispetto al 2008). Mentre, per le fasce più giovani il tasso di occupazione scende al 39,2% contro il 50,3% del 2008.

Bisogna aggiungere un dato: l’aumento dei lavori a termine e la crescita della figura del freelance. Nelle libere professioni quest’ultimo aspetto sta prendendo piede sempre di più e i cosiddetti contratti “a progetto” stanno trasformando la metodologia d’impiego soprattutto per chi sta per entrare nel mondo del lavoro.

Entry Level

Martino P. ha 23 anni. Lo incontro davanti alla sede della London School of Journalism, dove sta frequentando un corso post laurea di sei mesi. Altri due anni di laurea magistrale in Italia, sarebbero stati troppi e poco pratici. “Troppi anni sui libri, senza nulla di pratico, a parte gli stage non retribuiti offerti dall’università”, mi spiega convinto della propria scelta. Dopo una laurea triennale in Scienze politiche, ha deciso di non iscriversi ad una laurea specialistica in Italia e cercare un esperienza di un anno di studio all’estero. “Qua, personalmente, ho imparato di più in meno tempo. Tra poco finirò il corso di studi e potrò cominciare a guardarmi attorno sin da subito. In Italia sarei ancora al primo anno di specialistica con nessun esperienza rilevante nel settore”. A 23 anni, cominciare a lavorare come giornalista è molto raro. “Ho già svolto due tirocini in redazione qui a Londra, e questo spero mi possa aiutare per la futura ricerca”.

Il vero nodo da slegare per gli entry level, i nuovi arrivati, è l’ingresso nel mondo del lavoro. Il periodo post-laurea. Nel giornalismo sono forse, i mesi più difficili. In Italia, dopo la laurea specialistica – senza magistrale non si viene praticamente considerati – i ragazzi si trovano ad un bivio. Iscriversi ai corsi biennali delle scuole di giornalismo, o cercare di cominciare a lavorare collaborando come articolista.

Le scuole di specializzazione danno una grossa mano. Dopo 6 mesi dall’iscrizione, lo studente viene registrato nell’ordine dei pubblicisti; alla fine del biennio si ha la possibilità di poter svolgere l’esame di stato per diventare professionisti. Vengono anche offerti stage nei principali quotidiani nazionali. Lavorare da articolista d’altra parte è molto rischioso; è il mondo del precariato, degli stage non pagati, dei contratti a termine e della permanente incertezza.

Le scuole di giornalismo però, non sono accessibili alla maggior parte. Il costo troppo elevato, circa 7 mila euro all’anno di media – a cui si aggiungono le spese extra di mantenimento, rappresenta per molti una sbarra sociale che porta al progressivo e tardivo abbandono della professione. Così ci ritroviamo uno stato dove i giornalisti fanno i ristoratori, e i ristoratori i giornalisti.

“I corsi richiedono un impegno molto elevato visto che sono full time da 8 ore al giorno più lo studio e la preparazione a casa” spiega Michele M., 25 anni, anche lui trasferitosi nel Regno Unito. Qui studia journalism and publishing e lavora part-time, dati i costi elevati della vita inglese. A differenza di altri coetanei, all’inizio era restio all’idea di abbandonare la sua città e l’Italia. Spera di poter tornare in Italia prima o poi ma non subito, “non avrei possibilità ora come ora” dice con un tratto di malinconia. “Tornerò quando avrò maturato più esperienze possibili qua, in modo da non tornare e non trovare nulla come quando sono partito. Faccio parte di quella generazione mainstream che è partita perchè effettivamente non aveva altra scelta se voleva fare nella vita quello che desiderava”.

A Londra tutto sommato, ai graduate, appena laureati, non va poi cosi male. Chi è più fortunato, e valido, trova lavoro dopo poco. Diventare junior reporter però, è più facile a dirsi che a farsi. La competizione è altissima, il livello generale molto elevato e le posizioni vengono aperte per ruoli singoli. Altri cercano di accumulare esperienza cerando tirocini di 3-6 mesi. La maggior parte dei tirocini, o internship, sono ben retribuiti e le possibilità di un contratto a fine stage ci sono, se si è determinati. “Ora sto lavorando come tirocinante presso un agenzia di Pr e comunicazioni” racconta Marie D., 25enne di Parigi, appena laureata in giornalismo, “ho firmato un contratto di stage di 6 mesi. Mi permette di vivere, non mi lamento, ma spero in un contratto al termine di questo periodo, altrimenti dovrò cercare un altro stage e ripartire”.

In Gran Bretagna, i giovani hanno un vantaggio – o svantaggio, dipende dai punti vista: non esiste un ordine dei giornalisti. Per questo i neo laureati possono intraprendere la carriera giornalistica senza troppi intoppi di burocrazia e tempistica. Con questo, non si vuol dire che a Londra si diventa giornalisti professionisti subito. La strada è lunga, e i sacrifici sono molti. Ma il futuro lo si costruisce da prima. Tra laurea triennale, magistrale e il biennio in una scuola di giornalismo, la strada è troppo lunga, teorica, incerta e costosa. Il lavoro, vero e proprio, comincia a 30 anni. Troppo tardi.

Al Festival Internazionale del giornalismo di Perugia di qualche anno fa, il direttore del Tg La7, Enrico Mentana, aveva proposto, anche in maniera provocatoria, di mettere a disposizione parte del suo stipendio, e di quello di professionisti ben remunerati, per la creazione di un fondo per l’assunzione dei giovani nei giornali. Nessuno ha accolto o ricordato in altre sedi l’iniziativa. Ma dal punto di vista della formazione universitaria e delle sue tempistiche, l’esigenza di una riforma è sempre più impellente.

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