DI CLAUDIA BALDINI

Negli ultimi decenni, ideologia e pensiero ideologico sono stati presentati come fenomeni negativi e degenerativi, sintomi di una ingessatura del pensiero e di una sua incapacità di leggere il mutamento sociale, soprattutto da chi, a ben vedere, proponeva forme di pensiero egualmente ideologiche collocate soprattutto “a destra” della sinistra tradizionale.
Ma, soprattutto, negli ultimi decenni sono stati decantati i supposti effetti positivi della fine delle ideologie, che però si risolveva soprattutto nella fine del campo ampio dell’ideologia socialista, senza mai fermarsi ad osservare la disgregazione del discorso politico in termini di impoverimento del discorso pubblico che, privo di riferimenti, per l’appunto, si é trovato a riprodurre e manipolare un malinteso “senso comune” opportunamente adattato alle necessità comunicative del momento.
I casi di fallacia del discorso dei dirigenti del Pd forse si spiegano soprattutto così: molti dei suoi dirigenti non sono semplicemente “diventati di destra”, ma più profondamente hanno abbandonato la tradizione del pensiero critico lo ripeto: la questione del rapporto fra la politica e le scienze sociali é decisiva.
La superficialità dilagante renziana si è trovata improvvisamente e irrimediabilmente non attrezzata di fronte alla realtà.
Quindi anche più esposti al rischio di pronunciare aberrazioni apparentemente inspiegabili, se non con la mera e ingenuissima ricerca di consenso, quale quella pronunciata sullo stupro differenziato dalla Serracchiani.
Lo studio è necessario, e chi governa dovrebbe avere una cultura critica di spessore. Lo stesso concetto di democrazia per essere reso in concreto, necessita di riferimenti valoriali ed ideologici. Che non sono quelli della destra.
In fondo è la destra che ha predicato il superamento delle ideologie. Ma mantenendo ben salda la sua.
E per le briciole di quella mensa la sinistra ha buttato la sua alle ortiche.
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