DI ENRICO GUASTAFERRO

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Venerdì l’Iran va alle elezioni: contro il presidente uscente, il riformista Rouhani, dato per favorito, emerge l’ultraconservatore Rajisi che piace ai religiosi e alla ‘Guida suprema’ Khamenei.

Come ogni quattro anni, questo venerdì di maggio gli iraniani tornano a eleggere il loro presidente che è sì capo dello Stato, ma sottoposto alla ‘Guida suprema’ che vigila sulla teocrazia iraniana. Scelta condizionata e limitata quindi: su 1.629 candidati, solo sei hanno passato il veto del regime guidato a vita dall’Ayatollah Ali Khamenei.
Una elezione in cui era data per scontata la conferma del presidente uscente Hassan Rouhani, ma che a sorpresa vede come minaccioso concorrente l’ultraconservatore Ebrahim Rais, membro della magistratura religiosa e dell’Assemblea degli Esperti, a capo della potente fondazione caritatevole Astan Qods Razavi, molto vicino ad Ali Khamenei.
Da trent’anni in magistratura, è noto perché nel 1988 sarebbe stato uno dei quattro membri segreti della cosiddetta «Commissione della Morte», che fece giustiziare migliaia di prigionieri politici.

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