DI MARCO GIACOSA

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Al tavolo accanto parlano a voce alta, è una rumorosa comitiva che sconta gli effetti del bicchiere in più. Ne ascolto i discorsi, sono distratto. Olga se ne accorge. «Che c’è?», mi chiede.
Sento il loro piemontese e penso a quale variante locale sia, non la riconosco e la cosa diventa opprimente.
«Niente», dico, ma non è vero e dopo un po’ mi alzo.
Mi avvicino al gruppo, chiedo loro, in dialetto, da dove vengano.
«Casale Monferrato. Conosce?».
Ho fatto il carabiniere poco distante, quindi partiamo con i racconti, su cosa ricordo io di quella piccola città.
I riferimenti avvicinano, fanno comunità: se io conosco un posto, un episodio, e tu conosci quel posto, quell’episodio, allora siamo amici, siamo già amici, siamo più amici. In questo processo di riconoscimento il dialetto è spesso fondamentale: non è indispensabile sia perfetto, è fondamentale che indichi una provenienza specifica.
Parliamo, la comitiva e io, di Casale e di una cosa molto grande avvenuta a Casale quando ero là: l’alluvione del 15 ottobre 2000. Tutti incominciamo a dire dove eravamo i giorni dell’alluvione, e che cosa abbiamo fatto.
Tuttavia, mi rendo conto che non riesco a sostenere il discorso. Quando si parla una stessa lingua con accenti diversi, soltanto la forte padronanza di quella lingua fa sì che si riesca a sostenere con decisione il discorso, per non cedere all’imbarazzo delle pronunce che discostano. Mi rendo conto che non ci riesco più. Cosa mi sta succedendo? Possibile che non padroneggi più la mia seconda lingua, che per certi versi è prima? Cos’è successo al mio essere piemontese, di Alba, delle Langhe?
Sono cresciuto nel comune di Grinzane Cavour, paese satellite della città di Alba, a pochi chilometri da qui. Erano gli anni ’70, quando ai bambini si doveva insegnare l’italiano perché il dialetto li avrebbe fatti andare male a scuola. A dieci anni, però, a forza di sentire quelli attorno parlare una lingua diversa, i miei zii, gli amici dei miei, i grandi, incominciai poco alla volta a parlare il piemontese; e mantenni l’abitudine e accrebbi la qualità della lingua, tanto che a un certo punto della mia vita, qualche anno fa, dopo una settimana nelle Langhe con mio nonno non avrei saputo dire quale delle due era lingua madre.
Me ne sono andato a diciannove anni, per l’università a Torino. Ad Alba ci sono ancora tornato fino al 2012, quando è mancato anche mio nonno. Da quell’anno non ci vado quasi mai: non sono più abbonato al giornale locale, non conosco quasi più nulla – uomini, persone, cariche pubbliche, situazioni, accadimenti – di Alba e delle Langhe. E oggi, in questo assolato mercoledì d’estate, qui all’osteria da Gemma, a Roddino, per la prima volta mi sento ospite in quella che, evidentemente, non è più casa mia.
Sto accompagnando i genitori di Olga, siciliani, a vedere le Langhe. Questa mattina siamo stati a La Morra, il paese dove ho incominciato la mia vita calcistica, a otto anni, entrando nel secondo tempo e facendo un autogol. Non ho poi fatto una gran carriera. A La Morra ci sono poi andato centinaia di volte in motorino e in automobile, ma oggi devo fare attenzione. Un cartello indica un divieto di accesso in giorni e ore precisate; rallento, osservo: siamo fortunati, riguarda i fine settimana, possiamo proseguire. La viabilità modificata è quanto impatta per primo sulla vita dei cittadini di paesi che negli ultimi anni hanno scoperto e assecondato una vocazione turistica intensa. Nelle Langhe e nel Roero (le colline sorelle, al di là del fiume Tanaro), nel 1991 c’erano 1.997 posti letto, nel 2015 11.578: da 90 strutture ricettive a 745 in poco più di vent’anni. Cerco parcheggio (un mercoledì, alle dieci del mattino, nel borgo di La Morra occorre cercare posteggio), badando alla precedenza a un pullman che arriva, leggo sulla livrea, da Bergamo.
Per salire verso Barolo facciamo la strada vecchia, arrivati in prossimità del paese un cartello ci blocca: il transito è consentito soltanto ai residenti. Potremmo lasciare l’auto nell’enorme parcheggio e salire a piedi una lunga, ripida scalinata, decidiamo però di tornare indietro, fare a ritroso quei tre o quattro chilometri della strada vecchia ed entrare dall’altra parte del paese. Se a La Morra la viabilità cambia a seconda dei giorni, a Barolo la modifica è strutturale. Neppure a Barolo ci sono mai state regole che organizzavano la vita dei non residenti, perché, va da sé, non residenti a Barolo non ce n’erano. Cambiò tutto quando un giorno qualcuno cambiò domanda: da «Perché mai qualcuno dovrebbe venire qui?» a: «Perché non dovrebbe farlo?».
Per il vino, certo. Il Barolo, il re dei vini e il vino dei re, e il Barbaresco. Nascono entrambi dal vitigno nebbiolo, sono vini a invecchiamento, il Barolo è prodotto in undici comuni e il Barbaresco una trentina chilometri più in là nel comune omonimo. Nel 2014 una cronometro individuale, dodicesima tappa del giro d’Italia, di km 41,9 – ma nella realtà molto meno – furono così tanti per esigenze di spettacolo e di percorso – consacrò definitivamente al grande pubblico le Langhe del vino. Un mese dopo, a Doha, i Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato vennero riconosciuti Patrimonio Mondiale UNESCO.
Parcheggiamo, entriamo in un’edicola, acquistiamo il giornale locale, che apre quel giorno così: l’età media di vita in salute sta scendendo, da 64 anni è passata a 60. Istintivamente guardo i manifesti a lutto: è morto il papà dell’ex sindaco di Grinzane Cavour, che aveva 91 anni, ed è morto un signore di nome Zvonko, di 46 anni. Cerco su Google e trovo la notizia: «Tragico incidente, operaio macedone muore schiacciato da un trattore». Macedone. Se le categorizzazioni sono possibili, i macedoni tra tutti gli stranieri sono quelli che si sono meglio adattati alla vita di campagna. Incominciarono ad arrivare nelle Langhe all’inizio degli anni ’90, da queste parti gli albanesi non li volevano ma i macedoni sì. La grande trasformazione in queste colline è accaduta senza rivoluzioni e senza spettacolarizzazione nel decennio dal 1990 all’anno 2000, un fiume carsico di cui oggi riannodo indizi.
Un caro amico mi fece conoscere un amico. La prima volta in cui lo vidi aveva le unghie annerite ai bordi, era novembre e a novembre i contadini in vendemmia hanno tutti le unghie annerite ai bordi. Erano compagni all’istituto tecnico, spesso marinavano la scuola. Poi il mio amico venne all’università e il suo amico andò a tempo pieno nella vigna. Lo vedevamo talvolta d’estate, la sera, in giro per i paesi, una conoscenza superficiale con cui non si parlava né di studio né di lavoro.
L’11 settembre, nella sequenza di sms e racconti su dove eravamo – lo stesso spirito con cui si ricorda il 15 ottobre del 2000, la cosa grossa a Casale Monferrato – venne fuori che questo amico era a Manhattan.
«Le nove del mattino, ero in albergo, mi chiama la reception: non uscite dalla stanza», raccontava in piemontese.
In una classifica di tutti i conoscenti che avrei detto a New York quel giorno, il mio amico contadino sarebbe stato agli ultimi posti.
In quegli anni aprivamo il giornale e ci trovavamo i conoscenti. La cronaca locale della Stampa raccontava le esperienze all’estero dei giovani produttori che vincevano premi e giravano il mondo. Tokyo, New York, Los Angeles, ecco i nostri amici contadini con un bicchiere in mano, nelle grandi hall di alberghi di lusso dove l’importatore li aveva chiamati, intestandosi le spese, perché i clienti volevano il produttore. Qualche anno prima, nel 1996, Sylvester Stallone aveva rifiutato ben tre bottiglie del prezioso Barbaresco di Angelo Gaja e la cosa aveva fatto notizia. I giornali raccontavano che negli Stati Uniti, alle cene dei vip, spesso si dissertava dei cru delle Langhe, i versanti dove crescevano le uve migliori. Mi sembrava impossibile che parlassero delle stesse colline e della stessa terra dove mio nonno aveva sputato sangue.
Barolo dà il nome al vino e oggi è una via lunga 500 metri che trabocca di winebar, vinerie, enoteche, cantine, spazi per qualunque tipo di shopping legato al vino. I genitori di Olga apprezzano, osservano le vetrine, passeggiano. Io avverto qualcosa di museale, Barolo e la via pedonalizzata, riservata al traffico soltanto dei residenti, mi evoca Venezia.
I negozi sono di fatto soltanto per turisti, non c’è traccia di commercio autoctono se non il tabaccaio, che vende anche i giornali e tutti i tipi di paccottiglia con la stampa di una vigna, di un grappolo, di una collina. Da anni Venezia rappresenta una sé stessa che non è più, impegnata in una continua e redditizia recita per forestieri: finirà così anche qui? Sono questi – il teatro, gli effetti scenici – l’evoluzione naturale di un processo storico, quando il mondo intero – sì, è un turismo in prevalenza di stranieri – si interessa a un luogo?
Per salire verso Monforte d’Alba abbiamo fatto la strada che mi rimanda, ogni volta un flash, ai pomeriggi in cui portavo mia madre a fare la chemioterapia a Cuneo. Quando, tornando al tramonto, soprattutto nei giorni di sole, d’estate, vedevamo le colline, perfette come fossero disegnate da un artista, curate in ogni dettaglio, verdi, un disegno senza difetti, una forma geometrica ottenuta con calcoli matematici. È la cura dell’uomo, maniacale, esorbitante, come si curano i grandi affetti, le colline costano molto, sono affetti e sono strumenti di lavoro, qui le colline sono oro, sono l’oro.
Anni fa un contadino mi disse di essere molto fortunato, perché il suo lavoro veniva pagato per quanto producesse uve del vitigno moscato – circa 18, 20 mila lire al miriagrammo, ed era un buon prezzo, un ottimo prezzo. Invece un suo collega contadino – sveglia all’alba, la medesima cura dei terreni, delle piante, dei boschi, delle nocciole, delle viti – che abitava le colline trenta chilometri più su, le Langhe di Fenoglio, o in qualunque zona di montagna, o in altra zona d’Italia, non aveva moscato, non aveva quel reddito, non aveva quella fortuna, a fare lo stesso mestiere.
Il Barbaresco e il Barolo sono vini che si possono produrre in comuni specifici e specificati: il Barbaresco in quattro, il Barolo in undici. Le medesime vigne, il medesimo vitigno – il nebbiolo – su una collina sbagliata, è la differenza tra ricchezza e sostentamento. Quando istituirono i comuni del Barolo – quando cioè si doveva decidere l’area esatta – mio padre mi raccontava che alcuni comuni preferirono tenersi fuori dalla “zona del Barolo” per paura delle tasse che si credeva sarebbero aumentate.
Quando non potevo andarci io, a portare mia madre a Cuneo per la chemio ci andava un autista della Ferrero. La Ferrero è la mamma buona delle Langhe. La fabbrica che ha fatto piovere soldi da tutto il mondo, l’azienda di Michele Ferrero il capitalista buono di cui si è detto tanto, soprattutto lo scorso anno quando è mancato a 90 anni.
Ad Alba chiunque è testimone diretto di cosa è stato per lui fare l’imprenditore. Ferrero acquista terreni e li cede in uso gratuito ai dipendenti che vanno in pensione e non sono iscritti ai contadini; Ferrero manda i pullman nelle Langhe a prendere e portare gli operai puntuali per le 6 al turno del mattino e poi il pomeriggio libero (e lo stesso accadeva per i turni del pomeriggio e della notte, ha sempre avuta mezza giornata libera l’operaio della Ferrero); Ferrero e il suo centro ricreativo (con servizi a prezzi simbolici); Ferrero e i suoi assistenti sociali; Ferrero e il suo welfare parallelo.
Quando mia mamma si ammala Ferrero mette a disposizione auto aziendali e volontari del Gruppo Anziani, per portare mia mamma a curarsi, sgravando la famiglia di impegni nel lungo periodo pesanti, ovunque le terapie si pensino migliori. Mia mamma perché dipendente, non perché mia mamma.
Il 5 novembre del 1994 l’acqua del Tanaro inondò la fabbrica e la ricoperse di due metri di melma, ovunque. Era un sabato sera. La domenica mattina mia madre si mise a piangere davanti ai cancelli, guardando ciò che rimaneva della sua fabbrica, della sua azienda. Il lunedì mattina duemila (duemila!) operai si presentarono davanti ai cancelli con una pala in mano. Un dirigente – o forse il figlio stesso del signor Michele, Pietro – si alzò in piedi su un trattore e parlò alla folla: «Io vi ringrazio, ma dovete tornare a casa». Era impossibile organizzare i lavori: troppe persone. Nel dicembre di quell’anno, il signor Michele Ferrero, ripulita la fabbrica, diede una festa e consegnò alle maestranze una targa. Al momento del discorso prese la parola e pianse. Nove minuti di lacrime, dopodiché la moglie lo portò via. Su quella targa, che mia madre ha custodito come una reliquia, stava scritto: «Queste mani hanno fatto miracoli». Mia madre diceva che il signor Michele ogni mattina pregava, inginocchiandosi davanti a una piccola statua di una Madonna, all’ingresso dell’azienda. «Cerea monsù Michele», «Cerea Madamin», si salutavano, tutti i giorni, operai, impiegati e uno dei trenta uomini più ricchi del pianeta, nel mio piemontese.
I primi a ritirarsi a Monforte d’Alba furono la giornalista Enza Sampò e il poeta Giorgio Barberi Squarotti. Erano famosi e che avessero scelto le Langhe per me era un’anomalia. Passavamo per le curve all’ingresso del paese e mio padre tutte le volte diceva: «Questa è la villa di Enza Sampò», come dovessi sentirmi più importante, io che ero piccolo, se una persona famosa a livello nazionale aveva scelto di vivere le vacanze in un paese vicino al mio. Una sorta di certificazione della bellezza, con l’autorevolezza della celebrità. Quando al liceo venni a sapere che Maurizio Costanzo a Monforte comperava il vino, quello fu un altro indizio.
Poi a Monforte vennero avvistati il giornalista Gigi Garanzini e l’attore Renato Pozzetto, altre persone famose. Le cose stavano cambiando. Paolo Conte fece un concerto all’Auditorium Horszowski – un piccolo anfiteatro dall’acustica perfetta – e il mio amico Luca, compagno di classe che lì vicino aveva una casa e quella casa offriva come spogliatoio, arrivò al liceo e disse: «Paolo Conte si è cambiato da me».
Se oggi Paolo Conte dovesse andare a Monforte, sono convinto che nessun ragazzino di quindici o sedici anni si stupirebbe.
Per pranzo siamo venuti a Roddino, nelle altre Langhe, quelle sfortunate, quelle della Malora di Fenoglio, dove il lavoro del contadino è il medesimo del contadino con il moscato, ma molto meno remunerato. A Roddino cambia il paesaggio. Non ci sono più viti, o sono poche, e di scarso pregio, e spuntano noccioleti, e boschi. Questa è un po’ la mia Langa, perché i miei parenti vengono dalle Langhe alte; io sono convinto che nessuno di loro si sarebbe mai aspettato le Langhe investite dal turismo, nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato scritto sul giornale del loro paese.
Borgomale, nonna, finisce sul giornale.
Lequio Berria, zia, ti rendi conto?
Castino, mamma, puoi leggere, ovunque sei?
Murazzano.
Ci andavamo a comperare i formaggi, a Murazzano, nei primi anni ‘80, perché mio nonno, operaio Ferrero e contadino, aveva un collega che aveva mucche, pecore e capre, e faceva i formaggi. La maggior parte di questi piccoli caseifici sono stati spazzati via dalle direttive della UE, per questioni di igiene. Altre cose che ricordo dei primi anni ’80: alcuni parenti non avevano il telefono e dovevamo chiamare il vicino di casa; ancora capitava che chi aveva un handicap venisse nascosto, occultato, tenuto nella stalla; la leggenda per bambini che non osavano, timidi, e che non si lavavano le orecchie, minacciati dai genitori che sarebbero andati a Bosia, dove vendevano due aggeggi chiamati ‘Ncalau e Sguraurie, traducibili con «Osatore» e «Pulisciorecchie», che il bambino assimilava a strumenti di tortura medievale; un paese di nome Bergolo, dove c’era una festa, il Cante Magg, che era un po’ una zona franca dove tutti andavano per due giorni ad ascoltare musica, ma soprattutto a fumare canne e bere.
Sono le Langhe di mia nonna, il pranzo che stiamo mangiando è il pranzo di mia nonna.
Salame crudo e cotto.
Insalata russa.
Carne cruda.
Vitello tonnato.
Tajarin al ragù.
Raviole con carne e verdure e ragù.
Coniglio.
Carne ai funghi.
Strudel di mele.
Meringata con panna.
Bonet.
Questo è il pranzo che mia nonna faceva tutti i giorni a mio nonno, mio nonno contadino e operaio questo mangiava. Attualmente soltanto la mamma della mia amica Nadia, moglie di vignaiolo, continua a fare questo che non è un pranzo museale, è un pranzo vivo.
Da Gemma andai quando ancora stava alla sede vecchia. Lei arrivò da Torino nel 1986 e prese in gestione il circolo del paese, sempre a Roddino, dove è capitato cenassi accanto a persone che giocavano a carte, i vecchi, il sigaro, la caplin-a – il cappello dei contadini, che bestemmiavano in dialetto giocando a carte sul panno verde, a pochi centimetri. Impiegò poco a farsi conoscere in tutto il Piemonte e finire su giornali e guide, per la capacità di fare perfette le cose semplici (e far sembrare semplici le cose difficili). Attorno a Gemma è nata una specie di mitologia, si diffondono racconti tra il vero e il verosimile. Per pranzare il weekend c’è una lista d’attesa a tre mesi: si narra che Harrison Ford, innamoratosi del locale, lo abbia chiesto a Gemma per una decina di giorni in affitto, a uso soltanto suo e degli amici. E lei no: «Ho i clienti prenotati, mi dispiace». E pare che a quel punto lui, stupito, abbia insistito, rilanciando sul prezzo. E lei niente: «Ho i clienti prenotati lo stesso».
Prima, ad Alba i turisti venivano soltanto per la fiera del tartufo, che fu inventata nel 1929 e aveva nome Fiera campionaria a premi dei rinomati tartufi delle Langhe.
Quando andavamo in gita e incontravamo ragazzi di altre città d’Italia chiedevamo loro se conoscessero Alba e la maggior parte non la conosceva. La stessa cosa capitava al mare in Liguria, quando parlavamo con ragazzi di Milano. Elencando poi i motivi per cui Alba sarebbe dovuta essere conosciuta dicevamo il tartufo, la Nutella, il vino, al liceo ci spingevamo a dire Fenoglio. E Alba era conosciuta soltanto per il tartufo.
Oggi a questa domanda tutti direbbero sì, Alba la conosco; magari non saprebbero posizionarla sulla cartina, se a sud o nord del Piemonte, ma sicuramente saprebbero di lei. E oggi Alba è conosciuta per il tartufo, senz’altro per i vini, molto probabilmente per la nutella, oggi forse anche per Fenoglio.
Nel 1999, a Cortina d’Ampezzo, uscendo da un negozio vidi una borsa e su questa borsa c’era scritto il nome del brand di lusso che aveva in Italia soltanto tre negozi: Milano, Cortina d’Ampezzo, Alba.
Da piccolo mio nonno mi faceva fare un gioco, la conta dei modelli delle auto, facendo attenzione a quante fossero le auto del gruppo Fiat sul totale: i periodi in cui le auto Fiat erano sei o sette su dieci, quelli erano anni in cui la Fiat non era in crisi. Quando le auto Fiat scendevano a quattro o cinque su dieci, quelli erano invece anni di crisi. Pochi anni fa ho usato una variante dell’indicatore di mio nonno a Milano, un sabato sera: ho trovato che cinque auto parcheggiate in divieto di sosta sul sagrato della chiesa corrispondevano ai modelli e al valore economico di cinque auto a caso scelte ad Alba nel centro storico il medesimo sabato sera.
Alba è una piccola Milano.
Il centro di Alba è un gioiello, la centrale piazza Savona è diventata piazza Michele Ferrero, nei bar e nei locali ci sono ancora i cartelli, le gigantografie con la scritta «Grazie Michele», ancora adesso in questa estate 2016. Qui non ci sono buche, i tombini sono perfetti, le aiuole sono tenute come il campo centrale di Wimbledon. Un consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Emanuele Bolla, ha condotto un’impetuosa battaglia affinché fosse ripristinata una piccola frana lungo una strada in mezzo alle colline del vino. Se facessi scorrere un video con la maggior parte delle altre zone d’Italia, la situazione frane buche tombini, gli albesi inorridirebbero. Sono gelosi e fieri di questo loro essere un po’ Milano, un po’ Svizzera, un po’ Paesi Baschi.
Se la domanda di quando abbiamo iniziato è perché la gente dovrebbe venire qui, è facile rispondere perché qui si mangia e si beve da dio. Nel 2015 le presenze sono state 658.933, il 61% proveniente dall’estero. Nel 1991 furono 143.426, e all’epoca dall’estero soltanto il 33%. Un aumento esponenziale e un cambiamento nella composizione qualitativa del turista medio. Mi rendo conto che il racconto è andato per una strada sua. Torniamo da Gemma.
Lo chef tristellato Enrico Crippa dice che se vuole mangiare i tajarin piemontesi come si deve, sale qui a Roddino da Gemma. Entriamo nella stanza della pasta – dove c’è un tavolone con una distesa di pasta: la parola “distesa” è perfetta, uno strato di non so quanti metri quadrati – e siamo assaliti dal profumo di uova e farina. Olga e i genitori sono stupefatti, la meraviglia del turista quando vede una cosa nuova: si complimentano, ascoltano il racconto di un collaboratore. «Tutti i giorni Gemma si mette qui e fa la pasta. I tajarin li taglia a mano, con il coltello», e mentre l’uomo parla io combatto il terribile, infantile impulso di allungare una mano per prendere un pezzo di pasta, cruda, uno scarto, e mangiarlo, esattamente come facevo da piccolo con mia nonna, che fingeva di arrabbiarsi quando mi vedeva masticare.
Olga mi chiede: «Vuoi provare a farla a casa?».
Così la sera, sulla strada per Torino, ci fermiamo a comperare la farina e le uova.
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