DI MARCO GIACOSA

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La Stampa, il quotidiano cittadino, il giorno precedente l’inaugurazione del primo Salone del libro scrive che la manifestazione «ha ricevuto un attestato di simpatia anche dal Presidente del Consiglio». Un attestato di simpatia. Del presidente Ciriaco De Mita (classe 1928, oggi sindaco di Nusco), a quelli che a Torino che si sono inventati il Salone. Che cos’è un “attestato di simpatia”? Oggi sarebbe un tweet.
Il primo giorno fu il 19 maggio 1988. La sede, Torino Esposizioni in zona Parco Valentino. L’ingresso costava 5.000 lire. Qualche mese prima Angelo Pezzana, libraio, e Guido Accornero, imprenditore con una quota in Einaudi, si erano fatti la domanda giusta: perché all’estero c’è, ma in Italia manca, un salone del libro? È l’autunno del 1987 e si parte da zero. Accornero cerca qualcuno che prenda in mano la parte organizzativa: arriva a colloquio Erica Giacosa, giovane laureata in lettere, brillante ma priva di esperienza. «Se la sente?». È ottobre, siamo a zero, dobbiamo fare tutto per maggio. Ah, l’incoscienza.
Cose da fare: primo, trovare qualche scrivania. Gli uffici sono – e per qualche anno rimangono – presso la Ceat, un’industria di cui Accornero è presidente: due stanzoni sgombri. Secondo, chiamare la Sip per l’allaccio del telefono. Niente computer, la macchina da scrivere, una lettera 33 dell’Olivetti, la porta da casa la signora Erica. Terzo, organizzare le pulizie degli uffici. Alcuni collaboratori arrivano prima della fotocopiatrice. «Scrivevamo lettere su fogli bianchi, scendevamo in cartoleria e facevamo le fotocopie sulla carta intestata», dice Giacosa. Arriva anche una segretaria, la moglie dell’autista di Accornero. «Una persona fantastica, eclettica, ma totalmente priva di conoscenze editoriali». Per dire: suona il telefono, è Alain Elkann, la ragazza lascia l’appunto: «Ha chiamato El Can».
Si devono coinvolgere gli editori. «Con Pezzana decidiamo una lista di venti grandi, i big. Io però non conoscevo nessuno. Chiamavo il centralino: “Buongiorno, potrei parlare con il direttore commerciale? E già che c’è…mi può dire come si chiama?». I direttori commerciali vengono convocati a Torino, il migliore catering presso una prestigiosa location del precollina, che, a farlo apposta non si riesce, si chiama “Villa Giacosa”. «Erano convinti di andare a una riunione di lavoro, credettero di essere finiti in una dimora privata. Ovviamente non era mia (e nemmeno di chi scrive – e chi scrive non è parente di chi parla), ma divennero ancora più gentili».
L’idea piace, e piace anche che il Salone sia a Torino: tutti pensano, e forse qualcuno dice, che sì, Milano sarebbe il luogo ideale per un Salone del libro, ma troppi galli a decidere dove, come, quando. Per anni si è parlato, dopo, dello scippo che Milano prima o poi avrebbe fatto, ma i torinesi non si sono mai particolarmente allarmati, giacché sapevano che agli editori andava bene così.
Adesso si deve pensare ai piccoli: vengono contattate oltre duemila case editrici. Erica e i collaboratori passano le giornate al telefono, raccontano chi sono e cosa vogliono fare. Vengono proposte due tipologie di spazi: nudi, di metrature diverse, che l’editore allestirà a piacere; e spazi più piccoli, arredati, di metratura standard. Le planimetrie, fondamentali per l’assegnazione dei posti, escono a febbraio, tardissimo. Il criterio per l’assegnazione è la velocità di risposta: il primo che risponde sceglie. Sono le otto di sera e gli uffici sono chiusi ovunque, non alla Ceat; Erica si piazza al fax e manda. Il primo a rispondere è Roberto Cerati dell’Einaudi, il posto più bello è suo. Però non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che eccetera: Romano Montroni, Feltrinelli, vuole il primo stand girando a sinistra dopo tot metri. «C’era uno studio, disse, che provava che per alcuni metri, nei luoghi di esposizione, guardiamo a terra, poi d’un tratto ci voltiamo a sinistra e alziamo gli occhi. Volle il posto lì». Questo per i venti big. Perché dove stanno gli altri, i piccoli, lo decide Erica.
«Ci siamo improvvisate venditrici, io e la mia collaboratrice», ovvero trovare una parola buona per tutti, per rendere soddisfatti i clienti, anche i nazisti. «Le case editrici imparavo a conoscerle in quelle settimane. Un giorno questo signore, di una casa editrice sconosciuta, mi dice: “Perché noi siamo nazifascisti”. Ah. Allora decido di fare una scelta ideologica, di metterli al fondo, vicino ai bagni. Però a loro dico: “È il posto dove passano tutti”». Vero.
Arrivano i giorni del Salone. Siccome gli esperti di marketing (un’agenzia di Rimini per la parte operativa, mentre logo e campagna pubblicitaria, la parte creativa, furono affidati allo Studio Armando Testa) dicono che occorre trattare i professionali (insegnanti, librai, bibliotecari) in modo diverso, il programma e la piantina – un pieghevole di tre fogli, non le millemila pagine di oggi – vengono consegnate in una valigetta di plastica. Come talvolta succede, la valigetta di plastica – costo di produzione mezza lenticchia – diventa oggetto di culto. E dove c’è culto c’è leggenda: si tramanda che il professor Asor Rosa abbia chiesto la valigetta senza averne diritto, adducendo: «Ho due bambine a casa»; e in quel momento sia passato uno che lo conosceva bene e abbia detto a voce alta: «Ma Alberto, le tue figlie sono sposate!».
Ci sono poi i felpini, ragazzi, studenti, che lavoravano come staffette, runner, ci guadagnano non più di qualche libro, il loro è volontariato: e sono vestiti con una felpa grigia con il logo. A maggio. Sotto il calore di maggio. Accade che dopo qualche ora i felpini si distinguano, oltreché dal grigio, per il volto sfigurato dal sudore. Alcuni felpini hanno fatto carriera: Giuseppe Culicchia, ad esempio. L’anno dopo fecero le magliette. C’è da dire, però, che faceva caldo per tutti.
Per Adelphi, che sceglie di allestire il proprio spazio con il vetro, creando un forno dentro cui accomodarsi; per i visitatori, giacché l’accensione dell’aria condizionata era pianificata soltanto per giugno – e comunque fuori contratto, o con un esborso supplementare fuori budegt: quindi si doveva, lì e subito, risolvere il problema. L’idea venne all’architetto Ferrero, uno dell’organizzazione, che propose di oscurare le fonti di luce diretta. Come farlo? Con i sacchi neri dell’immondizia. Forbici e nastro adesivo, Erica e gli altri, su, taglia e appiccica, a oscurare la grande volta a botte trasparente, capolavoro di Pier Luigi Nervi.
Ci sono i problemi del bar (uno soltanto) e dei bagni (sottodimensionati), anche perché i visitatori sono tantissimi. Sono attese 50 mila persone, ne arrivano il doppio. Il Salone ha un successo enorme. «Forse è anche merito dell’Avvocato Agnelli, che venne in visita all’alba del primo giorno. Ne parlarono tutti, penso sia stato un buon traino». Quando finisce sono tutti contenti, anche la ragazza che sta alla Sellerio. «Come è noto, Elvira Sellerio difficilmente si muoveva da Palermo. Mi disse di trovarle una ragazza di cui mi fidassi, io chiesi a una conoscente che tra l’altro era bellissima. La signora Elvira tutte le mattine faceva recapitare un grosso mazzo di fiori, quindi, tra fiori e ragazza, lo stand era visitatissimo. Alla fine l’hostess fu pagata con un assegno dove, al posto della firma, Elvira aveva fatto il disegno di un fiore e aveva scritto “Grazie”. Fu molto bello. Poi, però, da Palermo dovettero spedire un assegno valido».
Il responsabile vendite di Rizzoli dichiara: «In trent’anni di attività non ho mai visto tanta gente, tutta assieme, comprare libri. Avevamo preventivato di vendere per cinque milioni, arriveremo a dieci volte tanto». Garzanti deve per due volte mandare il camioncino a Milano per fare rifornimento di libri. Alla Fabbri-Bompiani dicono: «Tanti genitori e bambini come non avevamo mai visto».
Gli editori sono 553. Vengono venduti 200 mila libri, per un fatturato di cinque miliardi di lire. Centomila i visitatori, di cui 80 mila paganti. Per una prima edizione sono numeri sbalorditivi. Se andiamo al 2015, su una superficie espositiva doppia, quella del Lingotto, i “visitatori unici” furono 122.638, di cui 106 mila paganti. Nel 1988 fecero un sondaggio sullo scrittore più amato: lo votarono in diecimila e la classifica fu: Eco, Calvino, Arpino, De Crescenzo, Primo Levi, Gervaso, Pavese, Pirandello, Kundera, Dante. Vendettero molto il saggio Italiano, di Gian Luigi Beccaria; Questi anni alla Fiat, un’intervista di Pansa a Romiti; Il nome della rosa, Umberto Eco; Formidabili quegli anni, Mario Capanna; L’uomo medievale, Jacques Le Goff; Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino; Lettura del Don Giovanni, Massimo Mila. Vennero anche vendute, con pagamento rateale, dieci copie del Battaglia, uno sterminato dizionario dell’Utet che costava due milioni di lire.
I giornali dell’epoca scrivono che alla fine un messaggio di simpatia lo mandò anche il presidente della Repubblica Cossiga. Tuttavia, dovendo scegliere tra tutte le dichiarazioni più o meno ufficiali e gli attestati di maggiore o minore simpatia, per il racconto a consuntivo del primo salone scegliamo le cinque parole di Angelo Pezzana: «Ho visto tanta gente allegra».

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